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Full text of "Grammatica del dialetto ampezzano. Osservazioni sulla parlata ampezzana con relativi esempi"

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BRUNO APOLLONÌO 

nmestro 


GRAMMATICA 




DEL 




DIALETTO AMPEZZANO 


OSSERVAZIONI SULLA PARLATA AMPEZZANA 
CON RELATIVI ESEMPI 
























































Prefazione 


Durante il mio lungo periodo d'' insegnamento nella scuola 
elementare di Cortina d'Ampezzo ebbi campo di studiare il dia¬ 
letto del paese tanto nella sua parte fonetica come nella flessione 
delle parole e nella sintassi; e ciò mi riusciva facile, perchè, essendo 
ampezzano, ho di esso piena conoscenza. 

Questo studio mi giovò moltissimo nel far apprendere ai mìei 
scolari la nostra bella lingua con freccienti riferimenti e confronti 
fra questa e la parlata ampezzana; ed io ne provavo diletto, mollo 
più vedendo che essi vi prendevano gusto e interesse con conse¬ 
guente profitto. 

Più volte mi son fatta la domanda se non sarebbe opportuno 
raccogliere tutte le osservazioni possibili e mettere insieme una 
pìccola grammatica del dialetto. 

In ogni lavoro però bisogna prefiggersi uno scopo. A chi può 
tornar utile la grammatica d'un dialetto parlato soltanto in una 
valle di pochi abitanti? Questi non ne senton certo il bisogno : 
i forestieri che per una ragione o per V altra vengono a visitare la 
valle, sapendo di trovarsi in Italia, parlano italiano, e se sono 
d' altra nazione, si sforzano di esprimersi alla meglio nella lingua 
del paese; ma più in là non vanno. 

E allora perchè spender tempo, fatica e denari per una cosa, 
di cui nessuno si occupa ? Se si esclude il lato pratico per la gene¬ 
ralità, non si può per questo asserire che non ci siano delle persone 
che prestino grande interessamento per un tal lavoro, e fra esse 
in primo luogo gli studiosi di dialetti e di toponomastica, fonti 
ricche e sìciire di tante cognizioni di carattere linguistico, storico 
e geografico. Ma io son d ’ avviso che anche ì maestri elementari 
potranno interessarsene e che una grammatica del dialetto può 
esser loro giovevole, specialm.ente a quelli che non sono del luogo, 
fra i quali vi può essere qualcuno che più tardi, trasferitosi nel 
proprio paese, s' accinga pure a fare un simile lavoro. Puossi spe- 





IV 


rare che l' esempio venga seguito da altri ancora : e in tal modo 
le singole grammatiche , insieme ai corrispondenti dizionari dialet¬ 
tali, oltreché prestarsi per la scuola all' utilizzazione e, intendia¬ 
moci bene, non all' insegnamento d’ un dialetto, costituirebbero per 
lo studio comparato dei vari dialetti d' una regione, e magari del- 
V Italia tutta, un materiale preziosissimo e ricercatissimo. Infine 
si deve ammettere che oltre le persone suaccennate, ce ne siano 
parecchie anche fra gli abitanti stessi che non rimarranno indif¬ 
ferenti e faranno buon viso ad una grammatica stampala del loro 
dialetto : la prenderanno in mano, la leggeranno e vi faran sopra 
giudizi vari in relazione alla loro coltura e al loro buon senso; e 
non potranno non restar meravigliati nello scorgere tante belle 
regole fisse che i nostri antenati ci tramandarono inconsciamente 
col semplice e naturale uso eufonico. 

In considerazione delle ragioni suesposte ognun vede che la 
compilazione della grammatica d'un dialetto può servire a glitti¬ 
che cosa: ha dunque uno scopo. 

E se essa da qui ad alcune centinaia d' anni avesse la sorte 
d’esser scovata per caso ( che caso fortunato!) in un riposto can¬ 
tuccio di qualche casa e cadesse fra le mani d'uno studioso ( chi sa 
mai se allora ci si occuperà ancora di tali studi; ma... forse anche 
più che al presente), avrebbe servilo ad un altro scopo, quello 
cioè di testimoniare ai nostri tardi nepoti, come si parlava nel 
secol nostro, giacché se per legge naturale tutto si cambia quag¬ 
giù, anche il dialetto di Ampezzo, dopo un sì lungo periodo di 
tempo, sarà un po' diverso. Esso col trascorrere degli anni, per 
tante circostanze, fra cui non ultima quella del progressivo svi¬ 
luppo della popolazione derivante dalla scuola, dal frequente 
contatto coi forestieri, la maggior parte del regno, dal commer¬ 
cio, dall' industria, dal servizio militare della gioventù, dal nuovo 
soffio generale insomma dì vita italiana , andrà lentamente modi¬ 
ficandosi, specialmente coll' abbandono di certi vocaboli e di certi 
modi di dire, sostituiti all' incontro da forme nuove e, almeno 
speriamo, più eleganti e più corrette; nella parte caratteristica della 
morfologia, essendo ogni dialetto tenacemente conservativo, non vi 
saranno invece cambiamenti rimarchevoli. 

Proprio negli ultimi anni eh' io slavo raccogliendo le osserva¬ 
zioni sul dialetto, fatte specialmente a scuola, mio cugino, V ing. An¬ 
nibaie Apollonio, era intenzionato dì pubblicare un dizionario con 
una relativa grammatìchetta. Venuto a sapere che mi occupavo pur 

















V 


io di quest'ultima parte, ci s' era messi d'accordo di unire in un 
unico fascicolo i nostri lavori; e la cosa sarebbe divenuta probabil¬ 
mente realtà, se, quando era quasi lutto approntato, non fossero 
sopravvenuti ad impedirlo due avvenimenti di eccezionale gravità : 
lo scoppio del grande cataclisma mondiale e, pochi mesi dopo, la 
morte dell' ing. Apollonio. 

Due o tre anni fa anche il Doti. A. Maioni si prese la cura di 
studiare il dialetto ampezzano, e difatti ne fece la compilazione 
d'un ricco vocabolario che diede poi alle stampe. 

Io, giudicando che sarebbe ora opportuno farne conoscere anche 
la sua struttura, per non abbandonare nuovamente al caso ciò 
eh' era già stato fatto, che in tal modo non $' approda mai a nulla, 
pensai di rif are completamente la mia grammatica ; vi omisi parec¬ 
chie cose affatto inutili, corressi e modificai dove c' era bisogno e 
la arricchii di nuove e più precise osservazioni ed esempi; ed avendo 
già dimostrato che a qualche cosa essa può giovare , mi son decìso 
di affidarla al proto per portarla a pubblica conoscenza. 

E' certo che questo mio lavoruccio avrà ancor delle mende; 
ma se con esso sarò riuscito a far nascere un po' d'interessamento 
e per la robusta parlata ampezzana e pel bel paese d'Ampezzo , 
potrò dirmi sufficientemente sodisfallo. 

Bruno Apollonio, maestro. 


Trento, nel maggio 1930. 


























FONOLOGIA E ORTOGRAFIA 



















FONOLOGIA E ORTOGRAFIA 


Siccome i suoni delle vocali e delle consonanti differiscon 
poco da quelli della lingua, è naturale che ci si sia attenuti, per 
quanto fu possibile, all' ortografia di quest’ ultima, onde render 
facile la lettura di questo dialetto specialmente a chi non è 
ampezzano. 

I. VOCALI 


I suoni delle vocali sono chiari; conviene tuttavia un’accu¬ 
rata accentazione grafica. 

he vocali e o han due suoni: 

— aperto coll’accento grave: è è 

— chiuso coll’accento acuto:* é ó. 

Non è però necessario che tutte le parole portino l’accento 
grafico grave o acuto sulle vocali: e o; ci sì limita ad usarlo, 
quando si teme che chi legge commetta errore di pronunzia. 
E così, quand’ occorre, si pone 1’ accento grafico anche sulle altre 
vocali : a i u. La necessità o meno dipende anche dall’applica¬ 
zione di una parola in un pensiero. Le parole isolate: téra = tela; 
tèra = terra bisognerà accentarle; ma l' accento è affatto inutile 
nei seguenti pensieri : 


Duta ra me biancheria r' e fata 
de bona tera, 

Chel contadin l’a bona tera in- 
z' i so ciarnpe. 


Tutta la mia biancherìa h latta 
di buona tela. 

Quel contadino ha buona terra 
nei suoi campì. 


Esempi dì parole nelle quali si rende necessario l’accento 
graf ico : 


béteme, mettimi 
betéme mettetemi 
tòleme toglimi 


toléme toglietemi 
comedo cesso 
sìa sega 


britola coltello chiuso 
fareàda inferriata 
bùsc.eme baciami 
















4 - 


E sempi di parole nelle quali l’accento grafico non è neces¬ 
sario, perchè le corrispondenti italiane si pronunziano nella stessa 
maniera : 

comodo comodo stradon stradone tornei fornello 

vedova vedova ciadena catena mandamera mandatemela 

camera camera sportela sportello galanton galanttiomo 

Osservazioni : 

1. Si deve usare l’accento grafico: 

a) in molte voci verbali, il che si vedrà specificatamente in quella 
parte che tratta del verbo; 

b) nelle parole che han 1’ accento sull’ ultima sillaba : zita, 
carità ecc. 

Nelle parole che terminano colle sillabe accentate: in on en 
non occorre accento grafico: 

ciampanin campanile comedon gomito 

cioudrin paiolo velen veleno 

cason casone farsorin piccola padella 

c) sulla sillaba accentata delle parole sdrucciole, soltanto quand’ è 
necessario: comedo, màzora = cesso , bacchetta; non si accenterà 
invece: angelo, cichera; 

d) con certe parole speciali del dialetto: 

séa fareàda tiò ió bóiso 

secchia inferriata tu io tubo di legno per la conduttura 

dell’ acqua 

2. Il dittongo òli, che nella lingua non ricorre mai, ha sempre 
la vocale ò aperta; il dittongo éi, ha la vocale é chiusa; perciò, di 
solito, questi due dittonghi non portano l’accento grafico: 

toura tavola fioura; pula; vediei vitelli 

cioura capra mìei mièi porziei porci 

3. Il suono delle vocali che non portano l’accento tonico 
è chiuso. 

4. Le parole piane (acc, sulla penultima sillaba) non portano 
accento, fuorché in casi necessari: 

soróio zentìio peddo pède 

sole ginocchio pidocchio vicino 

5. In generale cogli accenti grafici non bisogna nè sovrabbon¬ 
dare nè scarseggiare. 









II. CONSONANTI 


a) Osservazioni generali. — Anche i suoni delle consonanti 
son chiusi e corrispondenti quasi tutti a quelli della lingua. Diffe¬ 
risce alquanto quello dell 3 s aspra, che quantunque molto sibilante, 
è dolce e piacevole e rende caratteristica la parlata ampezzana; 
quello del g palatale è eguale a quello del j francese e riesce piut¬ 
tosto duro e disaggradevole all* orecchio d T un forestiero; le liquide 
1 r hanno suono forte e spiccato e danno espressione robusta al 
discorso; la pronunzia delle labbiali b p e delle dentali t d è sem¬ 
pre marcata. La lettera I eli qualche parola della lingua viene 
sostituita dalP.r come nel dialetto romano, p. es, : 


laura tavola 
marà malato 
scora scuola 
sciarin scalino 


paróla pala 
puri né i pollaio 
varante valente 
niaratia malattia 


ra la : art - pronome 

sciata scala 
mora mola f macina 
inorm mulino 


E 1 rimarchevole il suono frequente palatale del c e del g 
davanti alle vocali a o u; p. es. : 

ciantà cantare ciùla fandonia; giónfedo tormenta 

ciasa casa foicìà buttare giótì inghiottire 

ciocia chioccia géa ghiandaia giùscia colostro 


Il suono della Lettera v non è sempre netto e preciso, anzi in 
molte parole si tende ad eliderlo; E* diffìcile stabilirne con tutta 
sicurezza la vera pronunzia nelle singole parole; di solito però il 
suono di questa lettera è: 

— più spiccato nella prima sillaba di una parola, p. es, : 

vailo vuoto van vaglio vargogna vergogna 

vas vaso vàtin vattene vinte venti 

vento vento vedo vedo vós voi 

— meno spiccato nelle altre sillabe coir accento tonico, p. es. : 

bevù bevuto spavento spavento avaro maro 

davèrzeme aprimi davante davanti cavai cavallo 

Nel participio passato del verbo avere alle volte sparisce o 
il v viene anche sostituito dal b : avù, aù, abù — avuto . 

— appena percettibile nelle sillabe che non hanno l'accento 
tonico, p. es. : 

avido povereto - pocréto aveve - avée càvelo - càcio 

avido poveretto avevo cavalo 

Non si sentono raddoppiamenti, perciò non se ne scrìvono. 










b) Osservazioni particolari sulla pronunzia <2 sulla grafia rielle 
seguenti lettere: c g; s z, 

1. Suono gutturale e palatale del c e del g. 

11 suono gutturale è eguale a quello della lingua e davanti 
alle vocali e i bisogna indicarlo col segno grafico h. 

Esempi : 

cavai cavallo chera quella paga paga paghes paghe 

cortei coltello póches poche goto gotto ghigna ghigna 

cuciaro cucchiaio ehitàra chitarra gusto gusto ghi ce (pron.) 

Il suono palatale del c davanti alle vocali e i riscontrasi 
in poche parole. 

Esempi : 

ci chi, pron. parcé perchè bóces bocche 

ce che, pron. bànces panche forces forche 

Iji moltissime parole il suono palatale del c viene sostituito 
dalla z aspra. Vedi osservazioni sul suono aspro della z. (c. pag. 9). 

Si rende palatale il c dinanzi alle vocali a o u col segno gra¬ 
fico i come nella lingua: l’i perciò non ha suono. 

Esempi: ') 

ciapel cappello ciulà ingannare cioudo caldo 

cioudiera caldaia ciamórza camoscio cioucèra fornace dì calce 

Il suono palatale del g differisce da quello della lingua, e 
come fu detto, corrisponde appieno a quello del j francese 1 ). 

Esempi : * *) 

gèra ghiaia gigante gigante giacheta giacchetta 

genìa genia pagina pagina fagiói fagioli 

gèn gomitolo gì amba gamba tamegiói semola 

Dinanzi alle vocali a o u usasi il segno grafico i che non ha 
suono, ma è segno grafico soltanto. 

Il suono palatale del g della lingua indicasi spesso colla zeta, 
il cui suono è assai dolce. Vedi annotazione sul suono dolce della 
zeta (d. pag. 9). 


*) Se il maestro in iscuola si cura di far pronunziare il g italia¬ 
namente, ottiene con facilità una pronunzia esatta. 

*) Vedi altri esempi nelle Osservazioni generali a pag. 5. 














7 


2 . Suono aspro e dolce delle lettere s e z. 
a) Suono aspro deir s. Si scrive colla s corta, — S. 

Davanti alle vocali il suono dell* s è molto sibilante, caratte¬ 
ristico, e l 1 ampezzano, parlando in lingua o in un altro dialetto, 
ben difficilmente V abbandona. 


Esempi : 

sai sale 

seme seme 

savó sapore 

silenzio silenzio 


solo solo 

sóle sotto 

sora sopra 

superbo superbo 


insoma insamma 
adès adesso 

pés peso 

pès piedi 


Il raddoppiamento deir s non se lo scrive, ma V s si pronun¬ 
zia con un suono molto aspro 1 ). 

Esempi : 

èse esse e le voci dei verbi nel conglun- 

mesa messa tivo e nel condizionale. (Vedi II 

masa massa parte: Morfologia). 

Anche T s impura (seguita da una consonante) ha suono 
aspro, ma nel dialetto ampezzano si pronunzia sempre coi suono 
del nesso se. Se V ampezzano legge un brano dì lingua, dà air s 
impura il suono sibilante e lo emette con difficoltà. Se V s è 
seguita dalla consonante b, il suono è un po' dolce. 

Esempi : 

scarpion scorpione scufìa cuffia sbalzo sbalzo 

spegazo sgorbio, sproposito slraco stracco sbreà lacerare 

sportela sporteli a sfa z ad a sfociata sbudelà sòlide tiare 


Quando V s impura è seguita dal c col suono palatale, bisogna 
porvi frammezzo una lineetta, onde poter dare ad ogni lettera il 
proprio suono distinto. Nella lingua non riscontrasi questo accozzo 
di suoni : ragione per cui la grafia del dialetto in questo caso 
è nuova. 

Esempi ■ 

s-cieto schietto s-clegià arruffato 

s-ciopo schioppo s-cìànta pochino 

s-ciapa cattivo soggetto s-eiopetìn genziana (flore) 

s-ciavitù schiavitù 

s-cìùpo tratto erto 

s-cìóse lumache col coperchio 


i) La parola pasìon (passione) viene pronunziata eoi suono del 
nesso se. — Es. : Ra pastori dei Signor. 














8 


Il nesso se (sempre s impura) dinanzi alle vocali e i si pro¬ 
nunzia come nella lingua. 

Esempi : 

scelta scelta scempio sciocco, distruzione mescedà mescolare 

sceglie scegliere pasce pascere scimia scimmia 

Per avere il suono del nesso se davanti alle vocali a o u è 
necessario frammezzo il segno grafico i, e la pronunzia è identica 
a quella della lingua, p, es.; sciagura, asciutto, nelle quali, s’in¬ 
tende, V i non si pronunzia. 

Esempi : 

sciarìn icelmo pasciti pasciuto brasción albero 

scioudà scaldare sciùbia lesina sciosciodà frugare 

In qualche parola tolta dalla lingua si sente anche il suo¬ 
no dell’ i. 

Esempi : 

sciàtega sciatica sciarada sciarada sciopero sciopero 

scióra signora scienza scienza sciolto sciolto 

’ Se la parola termina col nesso se, le componenti s c non 
assumono suoni distinti. 

Esempi : 

pése pesce tèse fa balòsc sciocco 

b) Suono dolce dell’esse si indica con un puntino di sotto: — s 1 ). 

Il suono corrisponde a quello della lingua nella parola: rosa. 

Si pronunzia col suono dolce anche quando nella corrispon¬ 
dente parola della lingua il suono è aspro; p. es. : curiosa = curiosa; 
dolorosa = dolorosa. 

Esempi : 

cìasa casa sta?a lineale, regolo spesa spesa 

cìame^a camicia tósa tosa famósa famosa 

i’tió§a rosa besén bisogna vargognósa vergognosa 

In qualche rara parola si sostituisce il g palatale all’ s dolce. 

Esempi : Invece di gésa chiesa si pronuncia anche gégia. 

» » quasi quasi » » » quagi. 

Però questi suoni così duri accennano a scomparire. 

1 ) Scrivendo, è molto pratica anche l’esse lunga. — L‘ esse dolce 
maiuscola non ricorre mai. 











9 


c) Suono aspro della z, Si scrive colla zeta corta: z. Si pronunzia 
come nella parola della lingua: zazzera. 


ciaza 

Esempi : 

mestola 

in ze 

dentro 

zìvil 

civile 

zmio 

trottola 

zera 

cera 

zìmesc 

cimice 

puza 

puzza 

zento 

cento 

zità 

città 

zuzo 

capezzolo art 

zima 

cima 

senziér 

sincero 

pizo 

piccolo 

ziza 

ciccia 

zeieste 

celeste 

zilia 

rondine 

zesà 

retrocedere 

zinquantin cinquantino 

zerza 

tèndine 

zigòria cicoria 

zufo 

ciuffo 

Nella massima parte delle parole il c 
pura viene sostituito dalla z aspra, (b. pag. 

palatale 

6). 

della lingua 


d) Suono dolce della zèta. Si indica con un puntino di sotto: 2 Z 1 2 ). 
Il suono è quello della lingua nella parola: zonzo. 

Esempi : 


zón andiamo J - e 
zìsi iì andarsene > g 
za già 
zò giù 
zónta giunta 
^uógo giogo 
zarlìn gerla 
pèzo peggio 
Zane Giovanni 
zente gente 
zanzìa gengiva 
a;irà girare 
ziro giro 
zenóio ginocchio 


zurà giurare 

zuramento giuramento 

zès gesso 

Zumèles località d'Ampezzo 

zarman cugino (germano) 

zarmón germoglio 

zéi giglio 

zéme gemere 

zendro genero 

zenóro ginepro 

zoà giovare 

zóiha giovedì 

zuógo giogo 

zimà digiunare 


In moltissime parole la z dolce sostituisce il g palatale della 
lingua/ (&, pag* 6). 


Esempi di altre parole colla z dolce s fra cui qualcuna tolta 
dalla lingua. 


zufa farinata zùdin latte coagulato zogolà articolare 

zanzàra zanzara zèfìro zeffiro zero zero 


l ) Scrivendo, riescono molto pratiche anche le zeta lunghe. 



2 B. Apollonio - Gromma ttea dialetto Ampezzano* 


























10 


Riepilogo 

dei suoni di alcune consonanti. 

1. — v: — spiccato, meqo spiccato, quasi scomparso. 

2. — c g: — suono gutturale r ca co cu; che chi 

ga go gu; ghe ghi 

suono palatale : ce ci; eia ciò ciu 
ge gì; già gio giu 

Il suono palatale del g corrisponde a quello del j francese. 

3. — s z; — suono aspro: S Z. 

4. — s z Z: — suono dolce. 

5. — Nesso se; — sce sci; scia scio sciu; ... se p. es. : fesc = fa. 

6. — P esse impura ha sempre il suono del nesso se. 

7. — Marcata pronunzia delle consonanti affini : d t; b p. 

8. — L’ esse impura seguita dal c palatale sì separa con una 
lineetta: s-ce, s-cio. 

9. — Non si scrivono raddoppiamenti. 

L' apostrofo. — Si fa uso dell’ apostrofo per afèresi, p. es. : 
’na strada; e per apocope, p. es. : r* anima, I’ òrto. 



















































MORFOLOGIA 


Flessione o cambiamenti cui vanno 
discorso. 


soggette le parti del 


A ARTICOLI 

a) A rticoli determinativi : 


genere maschile 
numero singolare: el P 

» plurale ; i i 


genere femminile 

ra r’ 

ra r 1 rés, res 


b) Articoli indeterminativi -. 

genere maschile 
un *n 


genere fewimìnile 
una ’na n 1 


Applicazione degli articoli determinativi* 

L' articolo el davanti ai nomi che incominciano per consonante 
e per s impura. 


Esempi : 

el ciampo i ciarnpe campo 

el stivai i stivai stivale 

el souto i soute salto 

el spècie i spèce specchio 

el s-cìopo i s-eiope schioppo 

el diédo i diede dito 

L’articolo io si apostrofa: — 1\ 

Esempi : 

r arsuóì i arsuóes aratro 

F ougiordii i ougióról sparviere 

V érpesc i érpesc erpice 

V orso i orse orso 






















L T articola ra invariabile nel plurale. 

^Esempi : 

testa 
ragazza 
finestra 
falce 


ra testa 
ra tosa 
ra fonèstra 
ra fouze 


ra testes 
ra toses 
ra fonèstres 
ra fouze s 


L 1 artìcolo ra si apostrofa; nel plurale o resta invariato o assu¬ 
me la forma: res res. 

Esempi : 


i' 1 anima 
r 1 erba 
r’ anguàna 
r 1 onda 


r* animes (res) 
r' erbes 
r* anguànes 
r* ondes 


anima 

erba 

anguàna: essere mit. 
onda 


Per indicare le ore si usa sempre la forma: res res: — res 
dóes r res tre, res dódesc, res oto, res undesc. 


Applicazione degli articoli indeterminativi. 


L'articolo un hi davanti a tutti i nomi di genere maschile. 
Esempi : 


un batèl maniglia 
uii ciasón casone 
un spedo specchiiti 
un ouzèl uccello 
’n òcio occhio 


il olitro altro 

■in orso orso 

un angelo angelo 

un arco arco 

un strentór morsetto 


L'articolo una hia tifi’ n\ Sì usa la forma intera, quando si 
vuol dare importanza ad una cosa. La forma n' dovrebbe avere 
due apostrofi, ma il primo si omette. 


Esempi : 

una ciasa casa 

una strada strada 

un 1 ora ora 

un' improvisada improvvisata 
un’ invidia invidia 


’na carta 
'na fre 1 
’na man 
n' outra 
n 1 erba 


carta 

un pochino (briciola) 

mano 

altra 

erba 






















B. PREPOSIZIONI ARTICOLATE 


Preposizioni : 


Articoli. 






singolare 


plurale 



el 

V 

ra 

r 1 

i ra r 1 

res re§ 

de 

del 

del’ 

de ra=dera 

de r'—der' 

dei, d ? i = di x ) 

» 

» 

a 

al 

ar 

a ra= ara 

a r’^ar 1 

ai 

» 

» 

da 

dal 

dal’ 

da ra=dara 

da r 5 ^ dar 1 

dai 

come 

» 

» 

inze 

inz 5 el 

Inzer 

inze ra 

inze r 1 

inz 1 i nei 


» 

in 





singolare 



con 

col 

col 1 =col’ 

co ra=cora 

co r 1 —cor 1 

coi 

» 

a 

par 

par el par V 

para=para par*=par’ 

par ì 

» 

» 

su 

sul 

sul’ 

sura=sura 

su r 5 =sm' 5 

sui 

» 

» 


Osservazioni con relativi esempi. 

1. Se si vuol indicare di trovarsi o di andare in un luogo, si 
usa la preposizione inze, senza farle seguire 1' articolo. 


Esempi : 

El si n’ a sta inze stua duto ’l dì. 

Se sta pi sane a lourà de fora ca 

inze botega. 

Vatin inze lieto, se no ie stas 
ben. 

Para r’ armentes inze stala. 


Egli se ne stette nella stufa tutto 
il giorno. 

Si sta più sani a lavorar di fuori 
che in bottega. 

Vattene a letto se non ìstai bene. 
Mena le vacche nella stalla. * 


2. Se invece si vuol esprimere l’idea d’immersione o di trovarsi 
nel mezzo d’un ambiente, la preposizione inze è seguita anche 
dall’ articolo. 

Esempi : 


Chel pór pizo el si n’ é toma 

inze r’ aga. 

Chel là el vive inze r’ abon= 
danza. 

Zerte i vo sofeà i so despiazere 

inz’ el vin. 


Quel povero ragazzo è caduto 
nell' acqua. 

Quello lì vive nell' abbondanza. 

Certi vogliono soffocare i loro 
dispiaceri nel inno. 


l ) Da preferirsi la grafia: d’i. 
















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3. La preposizione in non sì unisce agli articoli e si usa solo 
per indicare luogo, stato o semplice movimento. 


Esempi : 

E1 ladra in Ampezo. 

Ra s’ a stabilì in America. 
Stà in pès! 

Tirete in là! 

4. Ben di frequente la 
l'articolo. 

Esempi : 


Egli lavora in Ampezzo 
Ella $' è stabilita in America. 
Sla' in piedi! 

Fatti in là! 


preposizione si scrive distaccata dal- 


Son zùde a féi legnes inz’ el 
bosco. 

Chi bràe òme i a fato cluto chel 
eh’ i podéa par el ben del paes. 

Chi doi tóse i é tanto diferentes 
un da 1’ outro. 

i se bète su un co l’outro. 


Siamo andati a far legna nel 
bosco. 

Quei bravi uomini han fallo 
quanto potevano per il bene 
del paese. 

Quei due giovani son molto di¬ 
versi uno dall' altro. 

Si scaldan la testa V un V altro. 


5. Nelle preposizioni articolate formate coll’articolo femmi¬ 
nile ra r’, la preposizione può essere congiunta o staccata dall’ arti¬ 
colo. E’ da preferirsi la forma staccata tanto nel singolare che nel 
plurale. Nel singolare femminile le preposizioni con, par perdono 
le consonanti n, r: — co pa. Nel plurale masch. scrivonsi le forme 
intere: — ai dei dai coi sui. 


Esempi : 

Ra no m’ a dito nuia de ra di¬ 
sgrazia eh’i e suzedù, 

Lascia ch’el vade par i so afare. 

Co ra me zen te me ciato tropo 
mèo. 

Zerte i se diverte a se rampinà 
su pa ra crodes. 

I on consegnò ra fédes ai pa¬ 
store. 

El "1 a ara i ciampe coi so bòs. 


Non mi disse nulla della disgra¬ 
zia che le è successa. 

Lascialo andare pe' suoi affari. 

Colla mia gente mi trovo molto 
meglio. 

Certi si divertono ad arrampi¬ 
carsi su per le roccie. 

Abbiamo consegnato le pecore 
ai pastori. 

Egli arò i campi coi suoi buoi. 


6. Per indicare l’ora in cui succede un’azione usasi la prepo¬ 
sizione articolata: da res; da res. 














17 


Esempio : 

Chel brao òn el lèa da res zin- Quel brav' uomo si alza alle cin- 
che e el va a dormì da res oto. qua e si corica alle otto. 

Osservazione. — Gli scolari ampezzani, traducendo letteral¬ 
mente dal dialetto, incorrono spesso nell’errore di usare la prepo¬ 
sizione articolata; dalle, invece che: alle, perciò scrivono:... si 
alza dalle cinque e si corica dalle otto 

7. Quando il nome plurale femminile comincia per vocale, 
oltreché usare la preposizione articolata coll' articolo ra o r\ ado¬ 
perasi di frequente la forma: res (suono dolce). 

Esempi : 

Preón pa res animes del purga¬ 
torio. 

Tu t’ as pagà ’1 to debito co res 
òres che t’ as fato. 

Chera femena ra s* a impianta 
davante a el co ra mas su 
res ànces, e... 

Da res àes s’ a ’l miei. 

Osservazioni : 

Quest’ ultima proposizione si scrive più spesso così : — Da 
r’ esàes s’ a ’l miei, dove il nome : àes ha preso, coll' uso, la forma : 
esàes coll’ articolo ra apostrofato : — r* esàes nel plurale, da cui : 
— r’ esàa nel singolare. 

La stessa spiegazione vale pel nome: — esàra (ala dell’uccello) : 

ara res àres r’ esàres, da cui il singolare : — r’j esara 
ale le ali le ali l' ala 

8. Alle volte, invece di usare la preposizione su coll’ articolo, 
vi si aggiunge un’ n ■■= sun. 

Esempi : 

Bète chel libro sun toura. Metti quel libro sulla tavola. 

Chel colombo ’1 e ougiorà sun Quel colombo volò sul tetto. 
cuerto. 

Si può dire però anche: su ra toura; sul cuerto. — Cogli altri 
nomi usansi sempre le preposizioni articolate: sul, su 1’, su ra; 
p. es. : sul brasción, sul ciapèl, su 1’ arsuói, su ra ciasa, su r’ erba, 
sul stradon ... 




Preghiamo per le anime del pur¬ 
gatorio. 

Tu hai pagalo U tuo debito colle 
giornale di lavoro che hai fatto. 

Quella donna si piantò davanti 
a lui con le mani sulle anche, 
e... 

Dalle api s' ha il miele. 













18 


Altri esempi sull’uso delle preposizioni articolate. 


Dai Sante i va dute inze por tea 
a preà par ì morte. 

I frate de ra campagna i costa 
tanta fadìes al por contadin. 

Me fardèl ’1 é apena rim da ra 
Stùa coi cavai. 

Chel bòn òn ’ì a sempre lourà 
par un e par V olitro senza i 
domanda mai un soldo a ne- 
gun. 

ET va dut 1 i dis da n’ osterìa a 
r 1 outra, e cosci el trascura i 
so afare. 


Il giorno di Tutti ì Santi van 
tutti al cimitero a pregare per 
i morti * 

/ frutti della campagna costano 
molte fatiche al povero conta¬ 
dino . ' 

Mio fratello è appena arrivato 
coi cavalli dalla Stila, 

Quel buon uomo ha sempre la¬ 
voralo per V uno e per V altro 
senza mai domandare un cen¬ 
tesimo a nessuno . 

Egli va filiti i giorni da un 1 osle¬ 
na alV altra e così trascura i 
suoi affari. 


C. NOMI (sostantivi). 

1. I nomi di genere maschile terminano per vocale; molti 
però sono troncati e terminano con una consonante. 

Esempi : 

el libro, el pizo (fanciullo), el maestro, el prèe, el fouro (fab¬ 
bro) t el sartuó; — el paes, el stradon, el marangón (falegname), 
el cioudrin, el toulin, el fornel, 1 \qb, el gnòn (notine), 

2. Quasi tutti i nomi di genere femminile terminano per vocale. 
Esempi : 

ra ciasa, ra vita, ra siéde (sete), ra fame, ra tosa, ra zilia {ron¬ 
dine), ra carta, ra pena, ra fòia (foglia), r'aga {acqua), r’ombrìa, 
ra strada, ra vai, ra lun {lume), ra pél ... 

3. lì genere corrisponde quasi sempre a quello della lingua. 
Pochi han genere diverso. 

Esempi : 

el paré la parete ra lun il lume ra bugèla V ago 

el gnée la neve ra giaza il ghiaccio ra fóngia il fungo 

el zéndre la cenere el pi ron la forchetta ra sólze il solco del- 

V aratro 









4. Cambiamento di numero nel genere maschile. 


singolare 


o — e: 

el clampo 
el cu erto 
el giato 
el forno 

al — ai: 

el luminal 
el farai 
el gial 
el cavai 

ati — e: 

el paesan 
el pioan 
el pantan 
el cortegian 

a, e (atone) — es: 

el prèe 
el barba 
el poeta 
el frate 

éi — èsc: 

el tantéi 
el fan iéi 
el purinéi 
el codéi 

eccezione : 

T arméi 

èl — iéi: 

el penèl 
el fardel 
el crivel 

T ouzel 

in — £s : 

el toulin 
e! violi n 
el pin 
el farsorin 

T òrghin 


ól (vocale atona) — ói: el pèndo! 

el ròdol 
el mésco! 


plurale 


i ciampe 

campo 

i cuerte 

tetto 

i giate 

gatto 

i touré 

fabbro 

ì luminai 

abbaino 

i falcai 

lanterna, fanale 

i giai 

gallo 

ì cavai 

cavallo 

i paesane 

paesano 

i pioane 

parroco 

i pantane 

pantano 

ì cortegiane 

uomo accorto 

i prèes 

prete 

i barbes 

zìo 

i poetes 

poeta 

i frates 

frate 

i tantèsc 

campano 

i famèsc 

famiglio 

i purinèsc 

pollaio 

ì codèsc 

bossolo per la cote 

i armère 

armadio 

ì peniéi 

pennello 

i fardiéi 

fratello 

\ crivìei 

crivello 

i ouJfi 

uccello 

i toulis 

tavolino 

i violis 

violino 

i pis 

pino 

i farsoris 

padella piccola 

i òrghinr lavar, per Vi atona 

1 pèndoi 

pendolo 

ì ròdoi 

gregge 

i mésco! 

mestone> matterello 















20 


— monosillabi terminanti colle consonanti: 


singolare 

1, n, r — és: el fòl 

plurale 
ì fòles 

mantice 

el bai 

i bàies 

ballo 

el pìól 

i pioles 

ballatoio 

el mal 

i maies 

male 

el fón 

i fones 

fondo 

el bar 

i bares 

grappolo 

el mar 

i mares 

mare 

eì fèr 

i feres 

ferro 

r an 

i anes e ane *) 

anno 

el pan 

i panes 

pane 

el pian 

i pianes 

piano 

el ségo 

i segnes 

segno 

el palegrèn 

i paìegrès 

grembiule 

— palegrèn* composta di pale 

(pallio) e grèn (grembo). 

eccezióni : el fiól 

i jfi ói 

figlio 

el gial 

i giai 

gallo 

el clan 

ì céi 

carie 

n — raes: el gèn . 

el fun j -) 
el grun^ 

i gèmes 

gomitolo 

i fumes 

fumo 

i grumes 

mucchio 

ón -— óx: el parón 

ì parói 

padrone 

el temon 

i temoi 

timone 

el brascion 

i brascioi 

albero 

ión — iói: el bestlón 

i bestioi 

bestione 

el stanipion 

i stampioi 

stupido 

el campi on 

ì campi oi 

campione 

— polisillabi coll’ ultima sillaba troncata : 

er — e: el calamàr i calamare 

calamaio 

ar — e: el mortèr 

i mortère 

mortaio 

iér — e: e! mestier 

i mestiere 

mestiere 

or — e: el pitor 

i pitor e 

pittore 

il — e: el baril 

i barile 

barile 

én — e: el velen 

i veleno 

veleno 


1 ) f^a forma anc si usa sempre nella domanda : — Quante atte asto? 
e nelle relative risposte : — ló éi chinesc arie... 

2 ) Nel singolare l 'vi si cambia in ri: geni - gen: fum - fun; «rum - 
grun. 


















21 


— monosillabi e polisillabi coll* accento tonico sull’ ultima sillaba, 
terminanti coll’ s aspra e coll’ se, fanno il plurale coll’ se: 


...s ...se — 

el fos 

i fose 

fosso 


r os 

i ose 

osso 


ei sas 

! sasc 

sasso 


él tos 

i tose 

giovane 


el vas 

1 vaso 

vaso 


el curios 

ì curiose 

curioso 


el malizios 

i maliziose 

malizioso 


el vargognós 

i vargognosc 

vergognoso 


el furios 

i furiose 

furioso 


el muse 

i muse 

asino 


el zuse 

i zusc 

stolto 

eccezioni : 

el mus 

i muse 

muso, faccia 


el buse 

ì buge 

buco 


— monosillabi e polisillabi accentati sull’ ultima sillaba terminante 
per vocale fanno il plurale coll’ aggiunta di un’ s. 


el bò 

i bòs 

bue 

el dì 

i dìs 

dì 

el ru 

i rus 

ruscello 

el eu 

i cus 

culo 

el tè 

ì tès 

tè 

el faù 

i faùs 

steli secchi della fava 

el parù 

i parùs 

palude 

el toulà 

i toulàs 

fienile 

el fuginà 

i ftiginàs 

fucina 

el comò 

i comòs 

cassettone 

el leà 

i leàs 

lievito 

el pelié 

i pelìés 

coperta di pellìccia 

el pavié 

i paviés 

farfalla 

el panarguò 

i panarguòs spumatolo 

el brazolà 

ì brazolàs 

ciambella 

el cafè 

i cafès 

caffè 

el trepié 

ì trepiés 

treppiede 

el palotò 

i palotòs 

tabarro 

el porteà 

i porteàs 

cimitero 

el pare 

i parés 

parete 

el bocè 

i bocès 

erpete febbr. sulle labbra 

el foucià 

i fouciàs 

bastone cui è applicata 



la falce 

el dedà 

i dedàs 

ditale 

el fé 

i foghe 

fuoco 

el luò 

ì luóghe 

luogo 

el sa 

ì sale 

sale 











] 


sentiero 

aratro, fendineve 
trave long.le del tetto 


ói —- óes: el tròi i tróes 

l 1 arsuói i arsuóes 

el ììnguói i lingudes 

— nomi che hanno P ultima sillaba atona e che terminano coir se 
sono invariabili : 

el làpisc ì làpìsc lapis 

el lare se i làresc larice 

5. Cambiamento di numero nel genere femminile. 

La desinenza caratteristica dei nomi plurali femminili è 
Ps aspra. 


a (atona) — es 


ra gégia 

ra 

géges 

chiesa 

ra ciampana 

ra 

ciampanes 

campana 

ra eroda 

ra 

cròdes 

montagna 

ra ciasa 

ra 

ciases 

casa 

ra fonèstra 

ra 

fonèstres 

finestra 

ra fémena 

ra 

fémenes 

donna 

ra fùme 

ra 

fùmes 

fune grossa 

ra zità. 

ra 

zìtàs 

città 

ra feiizità 

ra 

felizitàs 

felicità 

ra cianà 

ra 

cianàs 

greppia 

ra carità 

ra 

caritàs 

carità 


e (atona) — es: 
... (unico) 

à (accentata) — es 


ioti — Pusi cangia in s: ra pasion ra pasìos J ) passione 

ra funzion ra funzios funzione 
ra combinazion ra combinasi os combinazione 

~ nomi monosillabi che hanno le consonanti finali n I* acquistano 
nel plurale es. 


ra vai 

ra vales 

valle 

ra pél 

ra pèles 

pelle 

ra km 

ra lùmes 

lume 

ra fin 

ra fìnes 

fine 

ra inan 

ra mas 

mani 


Osservazione. — Il nome lun nel plurale cambia V n in m, 
perchè probabilmente una volta si diceva lum, coir m, anche nel 
singolare. 




















§3 


6. Nomi dei giorni, dei mesi e delle stagioni : 

a) I dìs de ra se ternana : — lùnes, màrtes, mèrcui, zóiba, véndres, 
sàbeda, domégna. 

b) I mése de l’an : — genàro, febràro, marzo, aprile, marzo, 
zugno, lùio, agosto, setembre, otobre, novembre, dezèmbre. 

c) primavera o ousciùda, istàde, autón, inverno. 


D. ALTERAZIONE DEI NOMI 

1. Gli alterati aumentativi hanno le desinenze : ón, óna. 

I nomi femminili possono assumere tutt e due le terminazioni. 
Colla desinenza ón il nome femminile cambia genere. 


Esempi : 


r òn 

T omenón 

uomo 


el zóvin 

el zovenon 

giovine 


el palazo 

el palazon 

palazzo 


el cian 

el cianon 

cane 


ra porta 

el portoli 

ra portona 

porta 

ra camera 

el cameron 

ra eamerona 

camera 

ra testa 

el teston 

ra lesiona 

testa 

ra panza 

el panzon 

ra panzona 

pancia 

ra scorsela 

el scarselon 

ra scarselona 

scarsella 


Osservazione. — Gli aggettivi qualificativi assumono le stesse 
terminazioni. 

Esempi : 

maschile : femminile : 

ignorante ignoranton ignorantona 

superbo superbon superbona 


2. Gli alterati peggiorativi prendono le desinenze: ato, ata; 
azo, aza. 

Esempi : 


cavai 

cavalato 

cavallo 

parte 

partaza 

parte 

strada 

stradata 

strada 

bestia 

foestiaza 

bestia 

femena 

feinenata 

femmina 

libro 

librato 

libro 

bètola 

betolata 

bettola 

lièto 

Listato 

letto 

porco 

porcazo 

porco 

toulin 

toulinato 

tavolino 














24 


Qualche nome accentato sull 5 ultima sillaba assume le termi 


nazioni : rato, dato. 

EsEMPr : 

toulà toularato fienile 
palotò palotorato tabarro 
cafè cafedato caffè 


zità zitadata città 
vesti vestidato vestito 
porteà portearato cimitero 


3. Per i diminutivi e vezzeggiativi si usano le terminazioni : 

in, ina; eto, età; uco t uca; el, eia. 

Esempi : 


cavai 

cavallo 

cavallo 

cavala 

cavalina 

cavalla 

ciar 

ciar eto, c areto 

carro 

strada 

stradata 

strada 

agnel 

agneleto, agneluco 

agnello 

ouzèl 

ouzeletOj ouzeluco 

uccello 

bócia 

bociuca, bocéta 

bocca 

fonestra 

fonestrela 

finestra 

ciampo 

ciampedèl ciampeto 

campo 

porta 

portela, porteluca 

porta 


4. Anche i nomi propri subiscono delle alterazioni* special¬ 
mente vezzeggiative. 

Esempi : 

Enrico — Rico Richéto 
Giovanni —■ Gioàni Zane Zuàne 
Nane Nanèto 

Giuseppe — Bèpe Bepìn Bepùto 
Rèpele 

Francesco — Chéco Cùto Cùtele 

Luigi — Igi Igiùco Luìgiùco 
Luìgión 

Bortolo — Bórtel Bortolìn 

Battista — Tita Titòto Tìtele 
Tista 

Andrea — Dèa Deùco 
Antonio — Tòne Tonin Tonéto 
Isidoro — Doro Dorùto Dùto 

E da notarsi che non sì usano soltanto i nomi storpiati, ma 
di frequente anche i genuini nomi di battesimo. 


Teresa — Tè?a Tesjuca Tèsele 

Anna — . Aneta Anùca Nanele 
Anùta Nina Nuti 

Maria — Mariéta Marìele 

Dorotèa — Doratìa Dòri Dora 
Tiùca Tiùchele Tìa 
Tèa Tùrele 

TÌOid — Ruó?a Osa Oseluca 

Osuca Rósele 

Veneranda — Randa Ràndele 

Giuditta — Ita Itele 

Marianna — Marianùca Maria- 
nèìa 

Agostino — Tino Tìnele 


















fi1. AGGETTIVI 


a) Aggettivi qualificativi. 

1. Molti aggettivi nel maschile singolare terminano colla vocale 
o, e nel plurale subiscono il medesimo cambiamento dei nomi che 
hanno l’istessa terminazione. 

Esempi : 

singolare 
Un brào ón. 

Un toni in tondo. 

Un stradon strénto (stretto). 


plurale 
Tante brae óme. 
Dói touììs tonde. 
Stradói strénte. 


2. Nel genere maschile le terminazioni degli aggettivi sono 
varie e nel plurale mutano spesso come i nomi. 


Esempi : 

singolare 
Ce un bel fior! 

T’ as da i dà bon esempio. 
Un vas pién. 

Un laoro fin. 

Un pomo dolze. 


plurale 

Ce biéi fiore! 

T’ as da i dà boi esempie. 
Alquante vasc pies. 

Laore fine. 

Un zestel de pome dolzes. 


3. Se gli aggettivi monosillabi maschili terminano con una 
vocale seguita da un’ s, nel plurale quest’ s aspra acquista il suono 
del nesso se, perciò si scrive : se. 


Esempi : 

singolare 
Un garòfo rós. 
Un porzèl gras. 
Un sciarin bas. 
Un palo grès. 


plurale 

Un vas de garòfe rose. 
Poméi grasc. 

Sciarìs base. 

Pale grosc. 


4. Succede altrettanto cogli aggettivi di genere maschile che 
hanno la vocale accentata seguita da un s. 


Esempi : 


singolare 

plurale 

Un tosato curiós. 

Tosate curióse, (piovane) 

Un braso pelós. 

Braze pelóse, 

B. Apollonio - Grammatica dialetto Àmpezxano. 













5. Gli aggettivi maschili che finiscono coll’ a accentata, nel 
plurale acquistano la sillaba de. 

Esempi : 

singolare plurale 

Un pizo sfazà. ( fanciullo ) Pize sfazade. 


Un libro strazà 


Libre strazade. 


6. Gli aggettivi maschili e femminili che nel singolare termi¬ 
nano in e, acquistano un' s nel plurale. 

Esempi : 

singolare 

Un lavoratór prudente. Lavoratore prudentes. 


Una serva varente. 


Serva varentes. 


7. Gli aggettivi, e come attributi e come predicati, nel genere 
maschile conservano forma eguale. 


Esempi di aggettivi attributivi : 

T’ as da i zi in avente col bon Devi precedergli col buon esem- 
esempio. pio. 

Aé da ’l pàsce con zibe sane e Dovete nutrirlo con cibi sani e 
sostanziose. sostanziosi. 

Lore i a biéi pize, bianche e rose, Essi hanno bei ragazzi , bianchì 
sane e fortes. e rossi, sani e forti. 

St’ an ón i toulàs piés. Quest' anno abbiamo i fienili 

pieni. 

Esempi di aggettivi predicativi. 

V esempio che V as da i dà '1 a V esempio che gli dai dev' esser 

da ese bon. buono. 

I zibe eh’ ì dagé i é sane e so= / cibi che gli date sono sani e 
stanziosc. sostanziosi. 

1 so pize i é biéi, bianche e rose, / loro bambini son belli, bianchi 
sane e fortes. e rossi, sani e forti. 

St’an i nosc toulàs i é piés. Quest.' anno i nostri fienili sono 

pieni. 


8. Talvolta all’ aggettivo predicativo si premette l’articolo 
indeterminativo. 


K1 me Vittorio T èa tanto un bon II mio Vittorio era tanto buono 
e un brao! e bravo! 













Me mare r’ é tanto ’na bona ! Mia madre è tanto buona! 
Obera pìzora r’ é tanto ’na va= Quella bambina è tanto brava 
rente ! {valente). 

Osservazione. — I bambini a scuola, traducendo dal dialetto, 
s’ esprimono così : Mia madre è una buona e una brava. Mia madre 
è buona e brava. E per la frase : Comi è buona mia madre!, dicono : 
Che una buona che è mia madre! — frase esclamativa corrispon¬ 
dente a quella del dialetto ampezzano : — Ce una bona che r’ é 
mare méa! 


9. Nel genere femminile gli aggettivi terminano sempre in a, 
e nel plurale in es. 

Però nel plurale femminile, se 1’ aggettivo attributivo precede 
il nome, questo soltanto conserva la caratteristica terminazione es; 
se invece 1’ aggettivo segue il nome, questo perde la desinenza es, 
la quale passa all’ aggettivo. 


Esempi : ra bela tóses 
ra tosa beìes 
ra bona paròles 
ra parola bones 


le belle ragazze 
le ragazze belle 
le buone parole 
le parole buone 


All’ incontro se 1’ aggettivo femminile è usato come predicato, 
esso assume sempre la stessa desinenza del nome. 


Esempi ; 


Chera tosa r’ é bela. Quella ragazza è bella. 

Oliera tóses ’s é bèles. Quelle ragazze sono belle. 


Ra parola che te m’as dito r' é 

bona. 

Ra paròles che te m’ as dito ’s é 

bònes. 


La parola che tri' hai detto è 
buona. 

Le parole che m ,’ hai detto son 
buone. 


10. L’ aggettivo gran usato come attributo, se precede il nome, 
è invariabile nel genere e nel numero. 


Esempi : 

Sto gran lusso ’l é ra rovina de 
ra famigìies. 

Ghel brào fiól '1 a sempre abù 
’na gran premura par j so ge¬ 
nitore. 


Questo gran lusso è la rovina 
delle famiglie. 

Quel bravo figlio ha sempre avu¬ 
to gran premura pe' suoi ge¬ 
nitori. 









28 


Ra non a mia aù sta gran conso* 
lazios chera por mare! 

Con chel laóro là non on mia fato 

sti gran guadagne! 

Se 1' aggettivo gran è usato 
forme: 

gran — gréi (grande) 
granda — grandes 

E così gli aggettivi: bel, 
beles, bònes. 

Esempi : 

E1 dan ’l é sta gran. 

Ra disgrazia r’ é stada granda. 

Ce gréi (grande) eh’ i é vegnude 
sti brasciói! 

Sta fónges ’s é beles e grandes, 
ma velenose?. 

Ste póme i é biéi e bòi. 


Quella povera madre non ha mi¬ 
ca amilo gran consolazioni! 

Con quel lavoro là non abbiam 
mica fallo grandi guadagni! 

come predicato, assume le seguenti 

grande — grandi 
» — » 

bon — biei, boi; bela, bona; 


Il danno è slato grande. 

La disgrazia è siala grande 
Come son diventati grandi questi 
alberi! 

Questi funghi son belli e grandi , 
ma velenosi. 

Questi pomi sono belli e buoni. 


b) Comparazione 

1. Grado positivo. 

Chel artegian ’l é onesto e labo* 
riós. 

Sto paés ’l é bel e neto. 


degli aggettivi. 


Quell' artigiano è onesto e labo¬ 
rioso. 

Questo paese è bello e netto. 


2. Grado comparativo. 

Esempi col grado comparativo di eguaglianza. 


tanto . . . 

« , . come 

cosci . . . 



. . . come 

tanto . . . 



Ste artegiane i é tanto bràe come 
i vostre. 

St’ arméntes ’s é grases come 
ra tòes. 

Sti brasciói i é tanto biéi eh’ i 
vostre. 


Questi artigiani sono tanto bravi 
come i vostri. 

Queste vacche son grasse come 
le lue. 

Questi alberi son così belli come 
ì vostri. 

























Chera piaza r' é tanto longa che 
larga. 

Lore i ó cosci educade come el. 


Quella piazza è tanto lunga che 
larga. 

Essi son così educali come lui. 


Esempi col grado comparativo di disparità. 

.... pi .de ... . 

. . . . manco .' de ... . 

.... pi- ...... ca . . . . 

.... manco .. ca . . . . 


Chi tóse là i é pi istvuìde de 
vosoutre. 

To barba ’ì é manco delicato 
de te. 

Chel individuo ’l é pi furbo ca 
santo. 

Chel alpinista ’l é manco pru¬ 
dente ca coragiós. 


Quei ragazzi sono più istruiti di 
voialtri. 

Tuo zio è meno delicato di le. 

Quell ’ individuo è più furbo che 
santo. 

Quell' alpinista è meno prudente 
che coraggioso. 


Tra gli avverbi di forma latina si usano soltanto: 

mèo migliore 

pèzo peggiore 

Esempi : 


D‘ inverno el clima de sto paés 
’1 é mèo de chel de ra Pusteria. 

Ei proprio da te di’ che ra com- 
pagnìes che te t’ as scelto adès 
es é pèzo de ehesòutres. 


ÌY inverno il clima di questo pae¬ 
se. è migliore di quello della 
Pusteria. 

Devo proprio dirti che le compa¬ 
gnie che hai scelto adesso son 
peggiori delle altre. 


3. Grado superlativo. 

Il superlativo assoluto si forma colla terminazione, 
isimo issimo 


e in altre maniere. 

Esempi : 

Chera fémena r’ é lelizisima col 
so òn. 

Chel paés ’l a ra fortuna d’ aé 
un gran brào medico. 

Chel ciampo che vara e compra 

’1 é gran gran. 


Quella donna è felicissim.a col 
suo sposo. 

Quel paese ha la fortuna di avere 
un bravo medico. 

Quel campo che vorrei compera¬ 
re h grandissimo. 














30 


Londra I’ é ’na zita straordena* Londra è una città straordinaria- 
riamente popolada. mente popolata. 

Sta roba r’ é stra de là de ciara. Questa roba è carissima. 

Il superlativo relativo si forma col premettere l’articolo al 
comparativo di disparità. 

Esempi : 


Par tante riguarde Roma 1’ é ra 
pi interessante zita del mondo. 

Te fèsc ben a sta con el : ’l é an¬ 
cora ei mèo de dute. 

El pèzo nemigo de ra besties ’l é 
l’òri. 

Chesta 1’ é ra pezo disgrazia che 
me podéa tocià. 


Sotto molti aspetti Roma è la più 
interessante città del mondo. 

Fai bene a star con luì: egli è 
ancora il migliore di tutti. 

Il peggior nemico delle bestie è 
l'uomo. 

Questa è la peggior disgrazia che 
mi poteva toccare. 


c) Aggettivi indicativi, 


I. Aggettivi dimostrativi: 


sing. 

— chesto, sto; 

chesta, sta 

questo 

questa 

pi. 

— chiste, ste; 

chesta, sta (invar.) 

questi 

queste 

s. 

— chel, 

chera 

quello 

quella 

P- 

— chi, 

chera ( » ) 

quegli 

quelle 


i. Osservazione. 

Si usano molto di frequente le forme abbreviate : sto, sti, sta, 
ina senz apostrofo per afèresi; la forma intera, se si vuol precisar 
meglio l’oggetto. Molte volte, per rinforzare, si aggiungono gli 
avverbi : ca là = qua là. 

Esempi : 

Sto pezo ca t’ as da 1’ féi de pe- 
tàcio. Asto capi? 

Chera baronada r* afa fato per¬ 
de ra stima. 

No voi che fegéde sto bordel. 

Ste pize i é come 1’ arzente vìvo. 

Sta ciacoles te ’s as betùdes fora 
propio tu. 


Questo pezzo devi farlo con pre¬ 
cisione. Hai capilo? 

Quella baronata ti fece perdere la 
stima. 

Non voglio che facciale questo 
fracasso. 

Questi bambini sono come t ar¬ 
gento vivo. 

Queste dicerie le hai propalate 
proprio tu. 























31 


Va inze da cher’ outra banda. Va’ dentro da quell' altra parte. 
Parcé rùesto da chesta ora ? (da Perchè arrivi a quest' ora ? 

sta ora; da st’ ora) ? 


2. Osservazione : 

Se gli aggettivi indicativi dimostrativi abbreviati: sto, sta, 
ste, sta in un complemento indiretto sono accompagnati dalla 
preposizione con, questa perde per eufonia la lettera n. 


Esempi : 

Co ste atreze mal tegnude no 
te pos ìourà ben. 

Co sto contegno ca no te te fèsc 
voré ben da negun. 

Vo ese dói cavai co sta eiaria de 
légnes. 

Ce modo se pódelo vive co sta 
misera entrades? 


Con questi attrezzi mal tenuti 
non puoi lavorar bene. 

Con questo contegno non ti fai 
amare da nessuno. 

Occorrono due cavalli con questo 
carico dì legna. 

Come si può vivere con queste 
misere entrate? 


Se però l| aggettivo dimostrativo è preceduto dall’ aggettivo 
universale dato, la preposizione co riacquista 1’ n: — con. 


Con duta sta ciòcoìes no se con- Con tutte queste chiacchiere non 
elude propio nuia. si conclude proprio nulla. 


3. Osservazione. 

Gli aggettivi indicativi : chesta, citerà — subiscono nel plurale 
r istessa regola degli aggettivi qualificativi (N.° 9, pag. 97), e nei 
plurale restano perciò invariati. 


Esempi : 

Chera bona paroles es m’ a pro¬ 
pio consolò, 

Sta bestémes no ’s voi sentì in 
ciasa méa. 

II. Aggettivi 


Quelle buone parole mi han pro¬ 
prio consolato. 

Queste bestemmie non voglio sen¬ 
tirle in casa mia. 


indicativi possessivi : 


mè 

mio 

tò 

tuo 

sò 

suo 

uòse 

nostro 

vose 

vostro 

so 

loro 


mè 

miei 

tò 

tuoi 

sò 

suoi 

nostre 

nostri 

vostre 

vostri 

sò 

loro 













i. Osservazione. 

Gli aggettivi possessivi ; mè. 
e per ambo i numeri. 

Esempi : 

E1 mè orto ‘1 é sta rovina da ra 
tempesta. 

pi. : I mè orte ... 

Ra tò superbia ì’ é ra tò rovina. 
Inze eh’el afar el ’l a avù ra 
sò fortuna. 

Chera famiglia ra abita inze ra 

sò propia viia. 


tò, sò servono per ambo i generi 


Il mio orlo è stalo rovinato dalla 
tempesta. 
p. : / miei orti... 
ha tua superbia è la tua rovina. 
In quell' affare egli ha avuto la 
sua fortuna. 

Quella famiglia abita nella sua 
propria villa. 


2. Osservazione. 

L’ aggettivo possessivo sò indica uno e anche più possessori 
di uno e anche più oggetti. 


Esempi : 

Col sò laoro e co ra sò fadìes el 
s’ a fato ’na bela sostanza. 
pi. : Chera dóa braa fémenes col 

sò laoro e cora sò fadìes... 


Col suo lavoro e colle sue fatiche 
egli si fece una bella sostanza. 
pi.: Quelle dxie brave donne col 
loro lavoro e colle loro fati, 
che ... 


3. Osservazione. 

Coll' aggettivo possessivo sò si usa spesso aggiungere al nome 
un’altra determinazione, la quale nella lingua rende superfluo 
ì’ aggettivo indicativo. 

Esempio : 

Sò pare de Igi ’l é marò. Il padre di Luigi è ammalalo. 

In iscuola, i ragazzi ampezzani, parlando in buona lingua, 
incorrono in errore dicendo : Suo padre di Luigi è malato. 

4. Osservazione. 

Aggettivi possessivi per la I e II persona plurale : 

Maschile. 

singoi. : nòsc nostro; vose vostro 

plurale: nostre, nòsc nostri; vostre, vose vostri 









33 


Femminile. 

singoi, : nostra nostra; vostra vostra 

plurale : nostra nostre; vostra vostre 

Esempi : 

E1 nòsc pizo ’1 é un varente. 

I nostre melitare i é piés de 
slanzo. 

Nosoutre ón za arò i nòsc ciampe. 

Proeurà de educò pi ben che 1’ é 
possibile i vose fiói (vostrefidi). 

Vosòutre ampezane can che tornò 
a ciasa e che vedé el vose ciani* 
panin, tira un gran sospiro da 
ra conienteza. 

Ha vostra arméntes.es fruta de 
pi de ra so vìgnes. 

Ra vostra pìzores es é tanto ca- 
rines e tanto varentes. 

Ra nostra vai d’Ampezo r’ é pro¬ 
pio bela. 

5. Osservazione. 

Coi nomi singolari di parentela gli aggettivi possessivi vanno 

senza articolo come nella lingua. Anche nel dialetto però, se il nome 

è accompagnato da un aggettivo qualificativo, 1’ aggettivo possessivo 

è preceduto dall’ articolo. 

Esempi : 

Mè pare, mè fardèl e mè sorda 

i é zude a sturtà su ’1 fén. 

Mè barba el i vó un ben de r’ ani¬ 
ma a tò nono. 

So ràmeda r’ a quagi otanta ane, 
ma r’ é ancora sana e svèlta. 

Ra me bona sorela ra serie de 
spes ai genitore. 

El me caro zarmàn el me fesc vo- 
rentiera calche piazér. 


Mio padre , mio fratello e mia 
sorella sono andati a racco- 
g Iter e il fieno. 

Mio zio ama' moltissimo tuo 
nonno. 

Sua sia ha quasi ottani' anni, ma 
è ancor sana e svelta. 

La mìa buona sorella scrive di 
spesso ai genitori. 

Il mìo caro cugino mi fa volen¬ 
tieri qualche favore. 


Il nostro bambino è bravo. 

I nostri militari son pieni di slan¬ 
cio. 

Noi ab hi am già arato i nostri 
campi. 

Procurate di educare meglio che 
è possìbile ì vostri figlioli. 

Voialtri ampezzani quando ritor¬ 
nale a casa e che vedete il vo¬ 
stro campanile , fate un gran 
sospiro di contentezza. 

Le vostre vacche fruttano di più 
delle loro vigne. 

Le vostre fanciulle son mollo ca¬ 
rine e brave. 

La nostra valle d'Ampezzo è pro¬ 
prio bella. 












te 


III. Aggettivi indicativi ordinativi: 

Sono eguali a quelli della lingua; dicesi soltanto : prin invece 
di primo. E così nei composti: ventesimoprin, ecc. 

Cinquantesimo e centesimo si scrivono colla z aspra: zinquan- 
tesimo, zentesimo. 


Esempi : 

E1 prin dì de 1’ an dute se tése 
tante augure. 

Ha cinquantesima parte del mile 
’l é '1 vinte. 


Il 'primo giorno dell' anno tutti 
si (anno molli auguri. 

La cinquantesima parte del mille 
è il venti. 


IV. Aggettivi numerali. 

Nella forma differiscono poco da quelli della lingua. 
Osservazioni : 

1. L’aggettivo numerale due ha la forma: dói. Nel femmi¬ 
nile: dóes, quando non accompagna un nome; dóa, se precede 
un nome. 


Esempi : 

Inz’ el Veneto on doa bela regi- 
nes: ra Regina del mar e ra 
Regina de ra Dolomites. 

Quanta fédes asto compra? — I 
ne’ éi compra dóes. 

El muse 1’ a doa bona rea lon- 
ghes. 


Nel Veneto abbiamo due belle re¬ 
gine: la regina del mare e la 
regina delle Dolomiti. 

Quante pecore hai comperalo ? — 
Ne ho comperato due. 

V asino ha due buone orecchie 
lunghe. 


Il primo e 1’ ultimo esempio confermano la regola spiegata al 
n. 9, pag. 27. 

2. Gli aggettivi numerali dal 5 al 6 e dal 10 al 19 hanno forme 
alquanto differenti : 

zinche dódesc sédesc 

sié trédesc digesète 

diésc quaiòrdesc disdòto 

ùndesc chìnesc disnóve 

3. Si scrive colla z aspra: — zinche, vintezinche, zinquanta, 
zinchezenio... 

4. Si scrive : vinte venti; nonanta novanta. 























35 


5. Mile {mille; pi. : mila) si usa tento per indicare un migliaio 
che più migliate. 

Esempi : 

Inze chel viazo ’l a bu ’na spesa 

de mile Lires. 

Obera ciasa ra i a costà de pi de 

zentomiie Lires. 


In quel viaggio ebbe una spesa 
dì mille Lire. 

Quella casa gli costò più di cen¬ 
tomila Lire. 


V. Altri aggettivi indicativi 

1. — multipli : 

dopio 
triplo ecc. 

2. — indeterminati : 

alquante alquanti 
calche qualche 

diverse diversi 

pòche pochi 

3. — universali : 

ogni ogni 

duto tutto 


che indicano quantità. 


doppio 

triplo 


trope malli troppi 
masa troppi 

tante tanti 

òutretante altrettanti 


negùn nessuno 

qualunque qualunque 


Osservazioni : 

a) Quasi tutti, cambiando genere e numero, assumono le desi¬ 
nenze degli aggettivi qualificativi. 


Esempi : 

A chel zovenón i a da i da’ dopia 
porzion, parehé se no el padi- 
ràe fame. 

Aaràe bisòin de calche aiuto, ma 
ei massa poca conoscènzes inze 
sto paés e no sèi propio da ci 
che podaràe zi. 

T’aaràes bu ria impiegà mèo 

duto sto tempo, e no zi ogni 

dì da un' osteria a r’ outra a te 
rovinà ra salute de r’ anima e 
del corpo. 


A quel ragazzone devono dargli 
doppia porzione , perchè altri¬ 
menti patirebbe fame. 

Avrei bisogno di qualche aiuto, 
ma ho troppo poche conoscenze 
in questo paése e non so pro¬ 
prio da chi potrei andare. 

Avresti dovuto impiegar meglio 
tutto questo tempo , e non an¬ 
dare ogni giorno da un' osteria 
all' altra a rovinarti la salute 
dell' anima e del corpo . 














36 

Inveze de zi sempre a strafiér, sta 
mo ca a féi calche laóro! 

Ce digéo de sto tempo? L’ é mèo 
che se sentreóne a porta inze 
dute ste cogolùze. 

Aé ragion, pare; ancùoi l'a tira 
dui* al dì da redós. 


Invece di andare sempre bighel¬ 
lonando, sta' mogvi a far qual¬ 
che lavoro. 

Che dite di questo tempo ? E' mଠ
glio che ci affrettiamo a portar 
dentro tulli questi covoni. 

Avete ragione, padre; oggi tirò 
tutto il giorno vento da sud. 


b) Gli agg. ind. quantitativi: tanto, tante, tanta possono essere 
sostituiti dall 1 avv. ben seguito dalla prep. da: — ben da. Es. : Mare 
a disnà r a fato ri gè (minestra di riso) con inze ben da pestòrte 
{molte patate). 

c) L’aggettivo indicativo tropo viene usato nel dialetto anche 
in senso di molto. 


Esempi : 

Si’ ari i n' é vegnù tropo fén. 

I albergatore i é zude benón sto 
ista.de, parche ghi n 1 é stà tro* 
pe forestiere. 


Quest anno abbiamo avuto molto 
fieno. 

Questa estate gli albergatori sono 
andati benone , perchè ci sono 
stali molti forestieri. 


d) Agli aggettivi multipli si possono aggiungere alcuni eol- 

dut’ e dói (manca la parola ambo) 
dut’ e zento ■ - tutti e cento. 


Ambidve i miei fratelli vollero 
andare in America, ma, pove¬ 
rini! non ebbero fortuna. 

Quegli alberi vennero abbattuti 
miti e cento dal vento. 


e) Negun {nessuno} usasi spesso come pronome, ma qualche 
volta come aggettivo indicativo. . 














37 


/) Le seguenti parole indicanti quantità invece che aggettivi 
sono sostantivi : 


un péì 
’na degéna 
'na trentina 
un zentenèr 
un ambo 
un terno 
'na cinquina 
un semestre 


un paio 
una decina 
una trentina 
un centinaio 
un ambo 
un terno 
una cinquina 
un semestre 


’na dozé'na 
’na quindegéna 
un miér 
un dueto 
un terzeto 
’na novena 
’na quarantena 
un trimestre 


una dozzina 
una quindicina 
un migliaio 
un duetto 
un terzetto 
una novena 
una quarantina 
un trimestre 


Esempi : 

Me barba Checo ’l a compra a ra 
fièra un bel pei de bòs. 

Chera bona fémena r* a fato 'na 
novena pa ra guarigión de so 
fidi. 

Chel por òn ’l a 'na dozéna de 
fidi e ’l sfadìa da ’na steìa a 
r’ outra par se tegnì péde. 


Mio zio Francesco comperò alla 
fiera un bel paio di buoi. 

Quella buona donna ha fatto una 
novena per la guarigione di 
suo figlio. 

Quel povef uomo ha una dozzina 
di figlioli e s’ affatica da mane 
a sera per far fronte alle spese. 


F. PRONOMI 


I. Pronomi personali. 


di I persona : ió 

io 

nós 

noi 


di II » tu 

tu 

vós 

voi 


di III » el 

egli, esso 

lore 

essi 


era 

ella, essa 

éres 

esse 


a) Declinazione dei pronomi di I persona. 



• 

singolare 

plurale 


hi è che?... (soggetto) 

ió 

nós 

nosoutre 

Di chi?... (oggetto indiretto) 

de mé 

de nós 


» 

A chi?... » » 

a mi, mé 

a nos, 

mé 

Jì 

Chi?... (oggetto diretto) 

mé, mé 

nós, 

mé 

» 

Da chi?... (oggetto ind.) 

da mé 

da nós 


» 

Con chi?... » » 

con mé 

con nós 


» 

Per chi?... » » 

par mé 

par nós 


» 












38 


b) Declinazione dei pronomi di 11 persona. 


Chi è che?... (sogg.) 

Di chi?... (compì, ind.) 
A chi?... » » 

Chi?... (ogg. diretto) 
Da chi?... (c. ind.) 

Con chi?... » 

Per chi?... » 


singolare 

tu, té 
de té 
a ti, té 
té, té 
da té 
con té 
par té 


plurale 

vós vosóutre 
de vós » 

a vós, ve » 
vós, ve » 
da vós » 

con vós » 

par vós » 


c) Declinazione dei pronomi di II persona maschile. 

singolare plurale 


Chi è che?... (s.) 

Di chi?... (c. i.) 

A chi?... » 

Chi?... {ogg. d.) 
Da chi?... {e. i.) 

Con chi?... » 

Per chi?... » 


él, '1, r 
de él 

a él, ì, sé 
él, 1\ sé 
con él 
da él 
pa r él 


Ióre i 
de ìóre 
a lóre, i, sé 
lóre, i, sé 
con lóre 
da lóre 
par lóre 


d) Declinazione dei pronomi di 111 persona femminile. 


Chi è che?... (s.) 

Di chi?... (c. i.) 

A chi?... » 

Chi?... (ogg. d.) 
Da chi?... (c. i.) 
Con chi?... » 

Per chi?... » 


singolare 

èra, ra, r\ 1’ 
de èra 
a èra, i, sé 
èra, ra, r\ sé 
da èra 
con èra 
par èra 


plurale 
éres, es, es, ’s 
de éres 
a éres, i, sé 

éres, és, es, ’s, ’s, 
da éres [res, res, sé 
con éres 
par éres 


Osservazioni : 

i. Son pochi i dialetti che nella I e 11 persona singolare con¬ 
servano come soggetto le forme della lingua: ió tu. L’io però va 
pronunziato coll’accento sulla vocale ó (stretta): — ió. Spesso par¬ 
lando in fretta, la vocale i non si sente. 

Esempi : 


Ancoi ió no me sento de féi sto 
laóro. 

Tu te vas a spaso e intanto tò 
pare el struscia. 


Oggi non mi sento di fare questo 
lavoro. 

Tv vai a spasso e intanto tuo pa¬ 
dre sgobba. 










39 


2. Certe volte, in senso interrogativo, esclamativo, vocativo, 
imperativo, invece di tu si usa la forma: tiò. 


Esempi : 

Tiò, ce feste là? 

Oh, se te saveses, tiò, quanto che 
me tocia sofrìl 

Tiò, én mo ca eh’ ei da te parlò. 


E tu che cosa fai là? 

Oh, se tu sapessi quanto ini tocca 
soffrire! 

Vieni mo qua che devo parlarli. 


3. Come tutti i dialetti anche 1 ’ ampezzano sovrabbonda di 
pronomi, di modo che in un semplice pensiero trovasi alle volte 
ripetuto il soggetto o qualche complemento anche in forma pleo¬ 
nastica. 


Esempi : 

Ei el me r’ a portada ca e ’l. me 
ra propio consegnada a mi. 

Bèpe ’l èa tornò par te di’ a ti 
chera roba, ma tu te tin sèes 
ormai zu. 

Era r’ èa ’na bòna femena, ma 
r’ ocasios es r’ a fata deventà 
chera che r’ é. 

I asto parìà a lore? 

No i éi gnanche vedude lore. 

S’i incontro, i domandaréi se 
lore i é d’ acordo su sto afar. 

I aéo scrito a éres che sò mare 
ra sta pòco bén? 

ló ’ei da zi a ... e cosci i lo diréi 
a una e a r’ outra, che zerto éi 
ocasion de ’s vede apena che 
rùo. 


Egli me la portò qui e la conse¬ 
gnò proprio a me. 

Giuseppe era tornato per dirti 
quella cosa, ma tu eri già an¬ 
dato via. 

EU ’ era una buona donna, ma le 
occasioni la fecero diventare 
quella che è. 

Hai parlato a loro? 

Non lì ho nemmeno veduti. 

Se li incontro, domanderò se loro 
son d' accordo su quest’ affare. 

Avete scritto a esse che la loro 
madre sta poco bene? 

lo devo andare a ... e così lo dirò 
all' una e all' altra , chè certo 
ho occasione di vederle appena 
che arrivo. 


4. a) Nelle frasi impersonali col verbo essere, che esprimono 
vino stato di cose, nell’ atmosfera o in un altro ambiente, o anche 
in senso morale, viene usato come pleonasmo il pronome lo, sog¬ 
getto, coll’apostrofo: — L\ 1’; e, naturalmente, il pronome la 
(soggetto), apostrofato, se l’idea espressa è di genere femminile. 

Esempi : 

V é proprio cioudo, ancuói. E' proprio caldo, oggi. 

Zósin a ciasa, chè F é masa fiedo. Andiamocene a casa, chè è trop¬ 
po freddo. 

















et 


40 

Te digo ra verità che 1* èa ’n afar 
serio par dute nosoutre. 

Eìo mèo che viéne anche ió? — 

L’ é isteso par me. 

L’é algo de bel su par chera 
montagnes! 

L' é zerto ’na bela roba che t’ as 
fato, e dute non é in grado de 
féi outrot&nto. 

Lèa su, presto, chè T e duto sereni 
No m’éi fida a zi inze, parche 
1’ èa mesa scuro. 

L’ èa ’na fortuna par lore, ma i 
non é stade boi de se ra- pre¬ 
dirà. 

L’é ’na serenada come un lago. 

L’ èa burto sta insieme con chi 
ciàe. 

L’èa difizile a se ra eavà con onor. 

L’é un gran dolor par dute 
quante. 

b) Il pronome lo apostrofato se lo usa anche in vece del pleo¬ 
nasmo avverbiale ci. 

Esempi : 

C era una strada così mal tenuta 
che non si 'poteva passare coi 
cavalli. 

C’ è dappertutto qualche miseria 
in questo inondo. 

Ieri ci fu la sagra nel nostro pae¬ 
se; c’ era molla gente. 

E' proprio bravo quel predicato¬ 
re : domenica scorsa c’ era una 
folla in chiesa. 

C’ è un bel costume nel nostro 
paese , ma qualche ragazza non 
vede V ora di smettere la gon¬ 
nella per vestirsi da signora. 
Raccontateci una storia, nonna. 
— Sì, cari. — Una volta 
c’ èra... 

C’è troppo disordine; non può 
andar così! 


L* èa ’na strada tanto in disór- 
din che no se podéa pasà coi 
cavai. 

L’ é perduto calche miseria inze 
sto mondo! 

Agnére T é sta ra sagra inz’ el 
nòsc paes; T èa tanta zente. 

’L é propio brao chel predicato!’ : 
domégna pasada 1’ èa ’na fola 
inze gégia. 

L'é un bel costume inz’ el nòsc 
paés, ma calche tosa ra no pen¬ 
sa T ora de bète zo el ciame- 
sòto par se vestì da scióra, 

Contàme ’na storia, nona. — Sci, 
carÉ. — ’Na ota Tèa... 

L’ é masa disórdin : ra no pó zi 
r -cosci. 

La. oU /wq • > 

bAoVia • / VtP*\ v A A) 


Ti dico il vero che era un affar 
serio per lutti noialtri. 

E' meglio che venga anch' io? — 
E' lo stesso per me. 

E' qualche cosa di bello su per 
quelle montagne! 

E' certo una bella cosa che hai 
fatto, e tutti non sono in grado 
di fare altrettanto. 

Alzati, presto, eh' è tutto sereno! 

Non mi sono arrischialo andar 
dentro, perchè era . troppo scuro. 

Era una fortuna per loro , ma 
non sono stali capaci di man¬ 
tenersela. 

E ’ un magnifico sereno. 

Era brutto stare insieme con quei 
capi scarichi. 

Era diffìcile cavarsela con onore. 

E' un gran dolore per tutti. 













■il 


’Na ota r èa ome pi sane e pi 
fortes. 

Son zu a eh era seduta, ma 1’ èa 
’na confusion che no te digo! 

L’ èa ’na poiàta inze cheta baita 
che on bu da sin scampà fora. 

L’ é fó! T é fó! — Pó! fó! 


Una volta c’ erano uomini più 
sani e più forti. 

Intemennì. a quella seduta, ma 
c’ era una confusione che non 
ti dico! 

C’ era tanto fumo in quella ca¬ 
panna che dovemmo scappar 
fuori. 

C’ è fuoco! c’ è fuoco! — Fuoco! 
fuoco! 


c) Se all’ avverbio di luogo ci segue il pronome ne, allora 
si usano le forme: ghin, in. (Vedi osserv. 20 e 21; pag. 45 e 47). 


5. Se il pronome ra è seguito dall’ aggettivo di grado super¬ 
lativo relativo coll' articolo ra, per eufonia la consonante liquida 
r viene sostituita dalla liquida I; e così si ha il pronome femminile 
la apostrofato: 1’. 


Esempio : 

Chera pór fémena P é ra (non : 
r’ é ra) pi disgraziada del paés. 

Invece nel grado positivo si 

Chera pór fémena r’ é disgra¬ 
ziada. 


Quella povera donna è la più di¬ 
sgraziata del paese. 

direbbe : 

Quella povera donna è disgra¬ 
ziata. 


6. Il pronome di forma congiuntiva lo, oggetto diretto, si apo¬ 
strofa dinanzi alle vocali e qualche volta anche dinanzi alle con¬ 
sonanti. 

Esempi : 

Te !’ èbe dito! 

I Io portaréi ió a él. 

Ve 1* mandaréi aiòlo. — Vel... 

Te 1’ zuro che ió non éi propio 
negùna colpa. Tel... 


Te l' ho pur detto! 

Glielo porterò io a lui. 

Ve lo manderò subito. Vel... 

Te lo giuro che io non ho proprio 
nessuna colpa. Tel... 


7. Le forme: nosòutre, vosoutre si usano spesso per dar mag¬ 
gior forza al discorso. 

Esempi : 

Lo re i no s’ a tanto disturba par Essi non si sono tanto disturbati 
nosòutre. per noialtri. 

4 E. Apollonio - Grammatica dialetto Ampezzano . 










42 


Da vosòutre no se pó spietà nuia 
de bón, se continui à menà sta. 
bela vita. 


Da voi non si -può aspettar nulla 
di buono , se continuale a con¬ 
durre questa bella vita. 


8. Il pronome me come complemento di termine (a chi?) e 
come oggetto diretto (chi?) viene usato tanto nel singolare che 
nel plurale. 


Esempi : 

Dagémera a nós. 

Me ra podasào impresta? 

I nò me pó pi véde da chera òta 
in ca. 


Datecela a noi. 

Me la potreste imprestare ? 

Ce v » » 

Non mi possono (ci possono) più 
vedere da quella volta in poi. 


9. La torma pronominale di III persona i si usa come sog¬ 
getto e come oggetto diretto nel plurale' maschile. 


Esempi : 

I no vó féi giudizio zerte par 
quanto che se cràie e che se 
ciante. 

T’i as mal consigliati e inze chel 
afar. 


Certi non vogliono far giudìzio 
per quanto si gridi e si canti. 

Tu li hai mal consigliati in quel- 
V affare. 


10. La stessa forma pronominale 1 si usa pure, come comple¬ 
mento di termine (a chi?), per ambo i numeri e per ambo i generi. 


Esempi : 

Chel ingrato de fiól el no i serie 
mai ’na parola a sò pare. 

I ra insegnarón ben nos a chi 
cortegiane! 

Eì i a dà ’na bela lezion. 


Ei incontra Chèle e i éi dito chel 
che te m’ aées incarica de i dì. 

Va là da chera fémenes a i do- 
mandà s’es vó vegnì a sari el 
formento. 


Quel figlio ingrato non iscrive 
mai una parola a suo padre. 

La insegneremo ben noi a quei 
volponi. 

Egli gli diede una bella lezione. 
» le » ìi . » » 

» diede loro » » » 

Incontrai Rachele e le dissi quel¬ 
lo che m'avevi incaricato di 
dirle. 

Va da quelle donne a domandar 
loro se vogliono venire à sar¬ 
chiare il frumento. 





















m 


11. Tanto nelle proposizioni positive che negative il pronome 
— soggetto — di III persona singolare e plurale non può essere 
mai sottinteso come nella lingua. Nella li persona singolare è ne¬ 
cessario almeno il pronome ripetuto: — te. 


Esempi : 

E1 vien aiòlo. 

E1 non a pasc a neó. 

I non é bòi da nuia. 

Eres ’s é perónes de féi ce 
eh’ es vo. 

Te podarùes vegnì a me dià. 

No t’ as da fruzarlà dut’ al dì. 


Viene subito. 

Non ha pace in nessun luogo. 
Non sono intoni a nulla. 

Soft padrone di far quello che 
vogliono. 

Potresti venire ad aiutarmi. 

Non devi buttar via il tempo in 
cose da nulla. 


12. Nelle proposizioni negative, a differenza d’altri dialetti, 
si premettono i pronomi el. i, ra, soggetto, alla particella negativa. 

Esempi : 


El no vó sta fermo sto pizo. 

Credo eh ' i non èbe ancora pu- 
blicà chera lege. 

Ra non è ancora vegnuda. 


Xon vuole star quieto questo 
bambino. 

Credo che non abbiano ancora 
pubblicata quella, legge. 

Ella non è ancora venuta. 


La disposizione delle parole corrisponde a quella della lingua, 
non c’è che. dire; tuttavia quando un ampezzano vuol esprimersi 
in un altro dialetto e dice p. es. : el no voi, i non abia, la non è, 
ci s’ accorge subito che non è trentino, perchè nel Trentino dicesi : 
noi vói, no i gaba, no la è. 


13. Coi pronomi di I e II persona singolare, la forma assoluta 
del complemento dì termine (a chi?) è: a mi, a ti; e la forma con¬ 


giuntiva è: mé, té; il contrario 
a tc; mi, ti. 

Esempi : 

A mi sto afronto? 

A ti no te pós confida nuia. 

Sto scherzo el no me comoda 
niente afato. 

Negun te pó voré ben, se te trates 
co sta maniera così arogante. 


delle forme della lingua: a me, 


A me quest ’ affronto? 

A te non posso confidar nulla. 

Questo schérzo non m ’ accomoda 
nienti affatto. 

Nessuno ti può voler bene , se 
tratti con maniera così arro¬ 
gante. 












u 


14. La forma congiuntiva dell’ oggetto diretto dei pronomi 
di I e II persona singolare è eguale alla forma assoluta : -— Chi?... 
m.é, mé; té, té. Usando la forma assoluta, è necessario ripetere il 
pronome di forma congiuntiva. 

Esempi : 

Sta bona paròles es me consola. 

No te vargognesto a féi sta rao- 
nades? (form. cong.). 

Te m’ aées propio incontrò me. 

E1 te ciama te; no sèntesto? 


(form. ass.). 


Queste parole mi consolano. 

Non ti vergogni a far queste 
sciocchezze ? 

Tu avevi incontrato proprio me. 
Egli chiama te; non senti? 


15. L’ oggetto diretto del pron. di III pers. plurale femminile 
ha forme varie, il cui uso dipende da ragioni eufoniche. Di solito 
quando la parola, che segue il pronome, comincia colle consonanti : 
cfpqstz.il suono dell’ s del pronome è aspro; se all’ incontro 
le iniziali sono: bdglmnrsvz, aeou, il suono dell’ s del 
pronome è dolce. 

Esempi : 

Chel cìan el se res sbranila par 
ordin eh’ el res ciapàa. 

Es compresto? — No, parche no 
’s pos bète a neó. 

Tu no te ’s as ancora fenìdes. 
ló es feniréi doman. 

Nos no ’s on mai vedùdes. 


Quel cane se le sbranava di mano 
in mano che'le pigliava. 

Le comperi ? — No, perchè non le 
posso mettere in nessun luogo. 
Tu non le hai ancora finite. 

Io le finirò domani. 

Noi non le abbiamo mai vedute. 


16. Il pronome sé è soltanto di forma congiuntiva, e in ambi- 
due i generi e numeri si usa come complemento di termine e come 
oggetto diretto. 

Esempi : 

singolare ; 

El el se fèsc mal. (c. t). 

Chera parsona ra podaràe vive 
contenta e inveze ra se créa 
mite despiazere. (c. t.). 

Chel là el no sé cura de negùn. 

(o. d.). 

Chera tosa ra se diverte onesta¬ 
mente. (o. d.). 

El se pénte, te vedaràs! {o. d.). 


plurale ; 

Lo re i se fèsc mal. 

Chera parsones es podaràe vive 
contentes e inveze es se créa 
mila despiazere. 

Chi là i no se cura de negùn. 

Che ra toses es se diverte onesta¬ 
mente. 

I se pénte, te vedaràs! 











45 


17. Nel dialetto non si evita l’accozzo dei due pronomi se (si), 
sostituendone uno col pronome ci come nella lingua: — se se; ci si. 


Esempi : 

Calche òta se se tèse tanta ma- 
ruvéa de zerta ròbes, ma par 
chesto no se saràe bòi de féi 
mèo. 

De fa òtes se se frastorna ra testa 
par monàdes. 

Se se maza a féi ste laóre. 

Se se bète d’acordo e te vedaràs 
che se se ra cava meno mal. 


Alle traile ci sì fa tanta maravi¬ 
glia, dì certe cose. ma. non si sa¬ 
rebbe tuttavia capaci di far 
meglio. 

Qualche volta ci si rompe il capo 
per cose da nulla. 

Ci si ammazza a far questi lavori. 

Ci si mette d'accordo e vedrai 
che cc se la cava alla meno 
peggio. 


18. La forma te del pronome di seconda persona usasi anche 
come soggetto. 


Esempi : 

Te fèsc zerto mèo, se te tórnes 
a ciasa. 

Se no t’ impares adès che te sós 
zóin, te te pentiràs can che te 
saràs vècio. 


Fai certo meglio a tornartene a 
casa 

Se non impari adesso che sei gio¬ 
vane, ti pentirai quando sarai 
vecchio. 


19. Anche nella II persona 
giuntiva, come complemento di 
diretto (chi?), è diverso da quello 

a vós, ve a voi , 
vós, ve voi. 

Esempi : 

No ve consiglio a zi solo sun olie¬ 
ra eroda. 

Non stagéde a ve da' al vizio del 
bée. 

No ve pos di’ se l’e mèo o pezo. 


plurale il pronome di forma con¬ 
termine (a chi?) e come oggetto 
della lingua : 

vi ■ 
vi 

Non vi consiglio andar solo su 
quel monte. 

Non istate ad abbandonarvi al 
vizio del bere. 

Non posso dirvi s'è meglio o peg¬ 
gio. 


20. Se ai pronomi di forma congiuntiva: 

me te ve se 

segue il pronome ne, si usano le forme : 

mi ti vi si 
















46 

Nel dialetto però non sì dà mai la forma intera al pronome 
ne, bensì l’apostrofata; n\ 

Nel seguente specchietto presso alle forme della lingua appa¬ 
riscono chiare le corrispondenti forme dialettali. 

PRONOMI DI FORMA CONGIUNTIVA 
L forme 


in lingua: 

in 

dialetto ; 

■usate in 

dialetto; 

me 

ne 


mi 

ne 

mi n 1 

min 

te 

ne 


ti 

ne 

ti n’ 

tifi 

se 

ne 


si 

ne 

si n’ 

sin 

ve 

ne 


vi 

ne 

vi n* 

vìn 

gli 

ne = 

gliene 

i 

ne 

i n’ 

in 

le 

ne ~ 

. gliene 

i 

ne 

i n’ 

in 

a loro 

Esempi : 

ne 


i 

ne 

i n* 

in 


No mi n* éi podù compra, parchè 
non avée gnatiche un brugio 
inze scarsela. 

Ti n* asto abù par mal? 

E1 si n’ é zu senza di’ nuia. 

No vi n’ aéo incorto? 

I n* asto dà? 

I n* aéo portò ai vostre pize? 


Non potei comperarmene , perchè 
non avevo neanche un centesi¬ 
mo in lasca. 

Te n' hai avuto per male? 

Se ne andò senza dir nulla. 

Non ve ne siete accorto? 

Gliene hai dato ? 

Ne avete portato ai vostri barn- 
inni? 


Si può usare anche la forma intera, p. es. — In asto dà? No 
vin aéo inacorto?; ma si preferisce specialmente la forma intera 
(min tin ecc.), quando il verbo incomincia per consonante. 


Esempi ; 

Min portào can che torna? 

No tin tolesto? toletin pura. 

151 sin voràe toma a ciasa. 

No vin dago, parchè i non é ma¬ 
dure. 

In mandaréi ben anche a pàre, 
Se t’i vedes, t’in daràs anche a 
lore. 


Me ne portate quando tornate ? 

Non le ne prendi ? prendetene 
pure. 

Egli vorrebbe tornarsene a casa. 

Non ve ne do, perchè non sono 
maturi. 

Ne manderò bene anche al papà. 

Se tu li vedi, ne darai anche a 
loro. 




































47 


21. La forma pleonastica: ghi (ce, ve) è sostituita quasi sem 


pre dalla forma più semplice : i, 

— ghi n\ ghin, in = ce ne. 

Esempi ■ 

Ghi n’ élo ancora pestòrte inze 
cianea? — Eh, ghi n’é, ghi 
n’ é! 

In asto de ste fiore? 

In éi ancora de pi biéi. 

In èelo pi aga inze festinèl? 

Varda ce n’ a bela stofa! In com¬ 
presto? 

No in compro mìa. 

Varda ce bèla ciariéges! In vosto? 


può essere unita al pronome ne: 


Ce ne sono ancora palale in can¬ 
tina? — Eh, ce n' è, ce n' è! 

Ne hai di questi fiori ? 

Ce n' ho ancor di più belli. 

Ce n ’ era più acqua nella vasca? 

Guarda che bella stoffa! Ne 
comperi? 

Non ne compero mica. 

Guarda che belle ciliege! Ne 
vuoi? 


22. 1 pronomi di forma congiuntiva: — me, te, se, ve ven¬ 
gono anteposti all’ indefinito dei verbi e ciò avviene specialmente 
coi verbi riflessi. 

Esempi : 

Ve préo de ine da’ ’na fre’ de pan. 

Avé da ve descedà fora, se voré 
che i .afare i vade mèo. 

Agnò elo Tone? — L’ é zu a se 
féi taià i ciavéi. 

Adès che te sós fascià, no t’as 
pi da te móe co ra giamba, 
finché no viéno ió. 

Osservazione : 

Un bambino ampezzano, volendo esprimersi in lingua, schiavo 
della costruzione del suo dialetto, dice, p. es., così : — Signor mae¬ 
stro, La prego de mi dare un pennino. 


Vi prego di darmi un po' dì pane. 

Dovete svegliarvi , se volete che 
gli affari vadano meglio. 

Dov' è Antonio? — E' andato a 
farsi tagliare i capelli. 

Ora che sei fascialo, non devi più 
muoverli colla gamba, finché 
non vengo io. 


23. Nella locuzione diretta sì usano soltanto i pronomi di 
II persona singolare e plurale: 

tu tiò tu 

vós, vosòutre voi, voialtri 

Parlando a una persona sola si dà del tu e 

del vos 

colla relativa declinazione di questi due pronomi. 
















48 


II. Pronomi possessivi. 


a) di ! persona: 


el mè 

il mio 

ra 

méa 

la mia 

i miéi 

ì miei 

ra 

mées 

le mie 

el nòsc 

il nostro 

ra 

nòstra 

la nostra 

i nòstre 

i nostri 

ra 

nòstres 

le nostre 

di // persona ; 




el tò 

il tuo 

ra 

tóa 

la tua 

i tuói 

ì tuoi 

ra 

tóes 

le lue 

el vòsc 

il vostro 

ra 

vòstra 

la vostra 

i vòstre 

ì vostri 

ra 

vòstres 

le vostre 

di II! persona : 




el sò 

il suo 

ra 

sóa 

la sua 

i suói 

i suoi 

ra 

sóes 

le sue 

el sò 

il loro 

ra 

sóa 

la loro 

i suói 

i loro 

ra 

sóes 

le loro 


Osservazioni : 

1. I pronomi mè tò sò si pronunziano colla vocale aperta, e 
cosi anche i pronomi di I e II pers. plurale: — nòsc, vòsc; nòstre, 
vòstre, nòstra, vostra; nòstres, vòstres. 

2. Tutti gli altri hanno la vocale chiusa: — méa, mées; tóa, 


tóes; sóa, sóes; miei, tuói, suói. 

Esempi : 

Tu tòlete ei tò e ió el mè. 

E1 tò T é pi gran del mè. 

Ió e tu ón impiantà tante brasciói 
intór ciasa; i miéi però i é pi 
ben cresciude dei tuói. 

Pariào de dialete? El uòse el par 
ch’el sée tanto difizile, ma el 
non é come eh’ i crede zerte. 

Dote a ra so miséries e tu tiente 
ra tóes. 


Tu prendili il tuo ed io il mio. 

Il tuo è più grande del mio. 

lo e tu abbiamo impiantalo molti 
alberi intorno alla casa! i miei 
però son più ben cresciuti dei 
tuoi. 

Parlate di dialetti II nostro par 
che sia tanto difficile, ma non 
è come credon certi. 

Tutti han le loro miserie e tu 
lienti le tue. 
























49 


3. Se si parla d’ un oggetto ohe appartiene a una o a più per¬ 
sone, le forme pronominali : — el sò, ra sóa — sono invariabili : 

. . , ra sóa = la sua, la loro 
. . . el sò = il suo, il loro 

Lo stesso se si parla di pili oggetti che appartengono a una 
o a piu persone: 


i suói = 
ra sóes = 


i suoi, i loro 
le sue, le loro 


Esempi : 


Quanta disgrazies a sto mondo! 

Quante disgrazie in questo m/m- 


Ma dute se tien ra sóes e i no 

do! Ma tutti sì tengon le loro 


's cambiaràe con cheres d’i 

e non le cambierebbero con 

òutre. 

quelle degli altri. 


Dute i genitore i a l’obligo de 

Tutti i genitori han V obbligo dì 


educa pi ben eh’ i pó i sò pize, 

educare meglio che possono i 


ma zerte ai suói i vo masa ben 

loro bimbi, ma certi col voler 


e t s'ì roìna. 

loro troppo bene > se li gua¬ 
stano. 



III. Pronomi dimostrativi. 


chesto, sto 

questo 

chesta, sta 

questa 

chiste, ste 

questi 

chestes 

queste 

chéì 

quello 

chéra 

quella 

chi 

quelli 

cheres 

quelle 
quest ’ altra 

costóre 

costóro 

chest’ òutra 

coi óre 

colóro 

ehest’ òutres 

quest' altre 

ehest’ éntro 

quest 1 altro 

cher’ òutra 

quell' altra 

chip’ òutre 

questi altri 

che?’ òutres 

quelle altre 

chel òutro 
chi òutre 

queir altro 
quegli altri 

non si dice: 

cheres òutres quell' altre 


Esempi : 

Ciiesto va ben! 

Chiste voràe èse! 

Chel outro me còmoda de pi. 
Chesta tientera par te, 

Chestes fèsc bona figura! 

Me sorèla r' é zuda con cheres a 
ra Madona de Piné. 
ló no vado vorentiera con co= 
store. 


Questo va bene! 

Questi ci vorrebbero! 

Quell' altro mi va meglio. 

Questa lienla per le. 

Queste fanno buona figura! 

Mia sorella è andata con quelle 
alla Madonna di Pinè. 

Io non vado volentieri con co¬ 
storo. 











50 


Osservazioni : 

i. Spesso il pronome dimostrativo può essere seguito da un altro 
pronome e rinforzato anche dagli avverbi : ca, là. Le forme abbre¬ 
viate : sto, ste, sta, non possono essere scompagnate dall’ av¬ 
verbio ca. 

Esempi ; 


ca 1 e un gran pendolo. 

Cliesta ca r’ é sempre stada ’na 
bràa femena. 

E1 non èa mìa con me chel là. 

Ce bela montàgnes! Oliera là 
I* é ra pi outa de ra nostra 
valada. 

E1 ’l a bù tante piazere da che- 
sto ca. 

Chel là el non é bon de féi nuia 
del vèr. 

Cheres là es non a mai fato ’na 
forcia de ben. 

Ce un (pron, : Ciùn) tananài che 

’l é sto ca! 

Ste ca i non è adatade a féi chera 
partes. 

Sto ca, védesto, '1 é un bel aiuto 
che te me das!... 

Sfa ca 1’ é ’na bela campagna! 

2. Il pronome dimostrativo 

dall’ avverbio : là. 

Esempi : 

Chi là i crede de èse ci sa ci. 

Chi là i merita ra nostra gratitu¬ 
dine. 

Con chi là no se po zi d’acordo 

Da chi là non ón mai abù un de- 
spiazer. 

Con chi là no t’as da te bète, 
parchè i non é galantome. 


Costui è un grande scimunito. 
Questa è se?npre stata una brava 
donna. 

Quello lì non era mica con me. 
Che belle montagne! Quella lì è 
la più alta della nostra valle. 

Egli ebbe tanti favori da costui. 

Quello lì non è buono di far 
nulla a modo. 

Quelle lì non fecero mai niente 
di buono. 

Che uomo da nulla è costui! 

Questi non son adatti a far quelle 
partì. 

Questo, vedi, è un bell' aiuto che 
mi dai!... 

Questa è una bella campagna! 
chi deve pure esser sempre seguito 


Quei là credono d' essere chi sa 
chi. 

Quelli meritano la nostra grati¬ 
tudine. 

Con quelli non si può andar d'ac¬ 
cordo. 

Da quei là non avemmo mai un 
dispiacere. 

Con quei [tali non devi impac¬ 
ciarti, perchè non sono onesti. 
















51 


3. Anche nel dialetto, quando s’incomincia un pensiero col- 
1’ oggetto diretto, è necessaria la ripetizione dello stesso con un altro 
pronome. 


Esempi : 

Chi là i éi fate ió. 

Chel là 1 * éi sempre stima, ma 
con colore non éi mai volto me 
n’ impazà. 

Cheres là no ’s podón tói con nos 
a féi ste ladre, parche es non ó 
propio da nuia. 


Quei là li ho fatti io. 

Quello lì V ho sempre stimato , 
ma con coloro non ho mai vo¬ 
luto impacciarmi. 

Quelle là non le possiamo pren¬ 
dere con noi a fare questi la¬ 
vori, perchè son proprio da 
nulla. 


IV. Pronomi relativi. 

Essi introducono la proposizione secondaria relativa. 

Due sono i pronomi relativi : 

che — che, il quale , la quale 
ci = chi (cóhti che) 

Esempi nei quali il pronome relativo che è adoperato: 

a) come soggetto: 

M’ éi fermà ’na s-cianta a féi doa 
ciàcoles con me zarmana che 
ra louràa inze orto. 

I porto da disnà a chi dói ome 
eh’ i ladra sun cuerto. 

h) come oggetto diretto: 

Non son bon de ciato chera bar- 
ghesces che te m* aées comedà 
anséra. 

c) come oggetto indiretto: 

Chesto ’l é ’n atrezo che se fèsc 
tonte ladre. 

Osservazioni : 

Nei primi due esempi si vede il soggetto ripetuto da un altro 
pronome. Nell’ ultimo esempio il pronome che, usato come com¬ 
plemento indiretto, è scompagnato dalla preposizione; motivo questo 
per cui gli scolari, scrivendo in lingua, commettono errore; p. es. : 
•— Vedi qui quel bel disegno che t’ ho tanto parlato. 


Mi son fermalo un pochino a far 
due chiacchiere con mia cugi¬ 
na che lavorava nell' orlo. 

Porto il desinare a quei due uo¬ 
mini che lavorano sul tetto. 


Non son capace di trovare quei 
calzoni che m'avevi raggiu¬ 
stati ieri sera. 


Quest' è un attrezzo col quale si 
fanno molti lavori. 















52 


Il pronome relativo ci è sempre seguito dal pronome che: 
ci che • — colui che , colui il quale 


Esempi : 

Chel òn serio e prudente el no 
sta vorentiera con ci che parla 
mal de ra zénte. 

Ci che no ladra non a dento de 

- magnò. 

Ci c’ a prescia, vade pian! 

Ci eh’ é boi de se ocupà inze ’na 
maniera o r’ outra, no s’i sente 
mai di’ : — Ce dì longo, ,an- 
cuói! 


Quell' uomo serio e prudente non 
istà volentieri con chi parla 
mal del prossimo. 

Chi non lavora non ha diritto di 
mangiare. 

Chi ha fretta, vada adagio. 

Quelli che sanno occuparsi in 
ima maniera, o nell' altra , non 
se li sente mai dire. — Che 
giornata lunga , oggi! 


V. Pronomi interrogativi, 

ci? ce? che ce? cal? cara? cai? cares? quanto? 

chi? che? che cosa? quale? quale? quali? quali? quanto? 
quanta? quante? quantes? 

quanta ? quanti? quante? 

Esempi : 


Ci élo che yien a me dià? 

Ce tèsto? 

Che ce? 

Ce asto dito? (pron. : Ctòsto) 
Par ci me tòlesto tu? 

C’ élo suzedù? 

Cai vósto de sti dói? 

Cai asto parecià? 

A cara i vosto ben? 

Càres avéo sona? 

Quanto élo da pagà? 

Quante i n’ asto guadagni? 

A ci i l 1 asto portò? 

Par ci laoresto? 

Quanta i n’ asto consumè? 

Ce te bétesto pa ra testa? 

Ce cràelo chel là? 

Osservazione : 

Che ce? — è una domanda 
un verbo; non si può dire — p. 


Chi sei? 

Chi è che viene ad aiutarmi? 
Che fai? 

Che cosa? 

Che cosa hai detto? 

Per chi mi prendi tu? 

Che cos' è successo? 

Qual vuoi di questi due? 

Quali hai preparato? 

Quale ami? 

Quali, avete suonato? 

Quant' è da pagare? 

Quanti ne hai guadagnato? 

.4 chi V hai portato? 

Per chi lavori? 

Quanta ne hai consumato? 

Che cosa li metti per la testa? 
Che cosa grida quello lì? Perchè 
grida quello lì? 

e non può mai essere seguita da 
— Che ce tèsto? bensì ; Ce tèsto? 
















VI. Pronomi indefiniti. 


un 

uno 

outro 

altro 

outre 

altri 

alquante 

alquanti 

zèrte 

certi 

zertune 

certuni 

pòco 

poco 

poche 

pochi 

tanta 

tanta 

tropo 

troppo 

dute 

tutti 


Esempi : 

Un soméa a chel oirtro. 

Chi sciatili i éi portade inz'el 
deposito e alquante i é stade 
ormai vendude. 

Cai eli ed un el ghin a ’na fre' masa 
de tacada! 

Mancia pòco ancora; el pi ’I é 
fato. 

Dute pròa algo inze sto por mon¬ 
do, e non é propio negìin eh’ el 
nori èbe fa so - cróges. 

Tòl chiste; de òutre non ghi n’ éi. 

Viene cichesée; non èbe paura e 
fèse sempre chel che te dèta ra 
tò coscienza. 

Besén di’ sempre ra verità da- 
vante a cichesée. 

Guai a ci che se perméte de tocià 
ra roba d’i outre. 

Zertune i crede che a féi bén se 
padìsce. Duto outro! Anzi se i 
catìe i provase à féi ben, i de- 
ventaràe dute boi. 

Duto pasa a sto mondo e no resta 
nuia outro che ’1 merito de ra 
bona aziós. A se bete a féi algo, 
1’ é sempre da pensà parcé che 
se 1’ fèsc. 


ealchedùn 

qualcheduno 

ognun 

ognuno 

chiùnche 

chiunque 

qualunquè 

qualunque 

cichesée 

chicchessia 

nuia 

nulla 

Pi 

più 

manco 

meno , manco 

cotal 

cotale 

algo 

qualche cosa 

negù n 

nessuno 


Uno somiglia a quell' altro. 

Quei cofani li ho portali nel de¬ 
posito e alcuni sono già stati 
venduti. 

Qualcuno è un po' troppo ambi¬ 
zioso! 

Manca ancor poco; il più è fatto. 

Tutti provano qualche cosa in 
questo povero mondo; e non c'è 
proprio nessuno che non abbia 
le sue croci. 

Prendi questi; altri non ne ho. 

Venga chicchessia; non aver pau¬ 
ra e fa sempre quello che ti 
detta la tua coscienza. 

Bisogna dir sempre la verità da¬ 
vanti a chicchessia. 

Guai a chi si permette di toccare 
la roba altrui. 

Certuni credono che a far bene 
sì patisca. Tuli' altro! anzi se 
i cattivi provassero a far bene, 
diventerebbero tutti buoni. 

Tutto passa a questo mondo e 
nulla resta, altro che il merito 
delle buone azioni. Nel por ma¬ 
no a far qualche cosa , si pensi 
sempre al fine. 



















54 


G. VERBI 

Osservazioni generali sui verbi, 

1. In qualunque tempo le voci dei verbi della II! pers. plurale 
son sempre eguali a quelle della III pers. singolare, perciò anche 
i verbi transitivi, nella forma passiva fatta coi verbi essere e venire 
o colla particella pronominale si, conservano la voce singolare 
quando il soggetto è plurale. 

Esempi di forma passiva: 

I superbe i é umiliade da Dio. I superbi sono umiliati da Dio. 

I ciampe i vien leurade dal con- I campi vengono lavorati dal con- 
tadin. , ladino. 

Se vende i vóe a bon prezo. Si vendono le uova a buon presso. 

Se parecia i mobile che ocore. Si preparano i mobili che occor¬ 

rono. 

Gol concorso dei forestiere in Am- Col concorso dei forestieri in Am- 
pezo se fèsc biei guadagne. pezzo si fanno bei guadagni. 

2. Nella coniugazione dei verbi, che si andrà esponendo, ren- 
desi palese il carattere ladino del dialetto ampezzano specialmente 
nell’ esse finale di tutte le voci della II pers. singolare e nelle forti 
e strane voci della I e II pers. plurale dell’ imp. cong. e del pres. 
condizionale. 

3. Il verbo si pronunzia con suono spiccato e chiaro, il che dà 
al discorso un’ espressione robusta e decisa. 

4. Tutti i verbi nell’indefinito sono troncati e delle desinenze: 

— are, ere, ire non conservano che le vocali caratteristiche : 

— a e i, 

1 lòurà II créde III sentì 

lavorare credere sentire 

5. Alcuni pochi verbi irregolari di II coniugazione vengono 
pure troncati nell’indefinito: 

voré podé savé vare dovè 

volere potere sapere valere dovere 

6. h' accentazione sull’ ultima sillaba dei verbi accennati ai 
numeri 4 e 5, troncati nell’indefinito, contribuisce pure a dare un 
che di forza alla parlata ampezzana. 















OD 


7. Tutti i verbi dì I e ITI coniugazione hanno la forma del- 
T indefinito eguale a quella del participio passato, e si scrivono 
ambidue coll’ accento sull’ ultima sillaba. 


indefinito 

pensò pensare 

ci anta cantare 

partì partire 

sofrì soffrire 


participio passato 

pensa pensato 

ciantà cantato 

partì partilo 

sofrì sofferto 


8, I verbi dare e stare nell’ indefinito è meglio scriverli col- 
T apostrofo e il participio passato coll’accento: 

da’ dare dà dato 

sta’ stare sta stato 


Anche dire, per distinguerlo da dì 
verlo coll’apostrofo : 

di’ dire dì 


= giorno, è meglio scri- 


cjiorno 


9. Altri verbi di II coniugazione si pronunziano nell’ indefi¬ 
nito coll ' accento sulla vocale della radice : 


gode godere 


vede vedere 


scòde riscuotere 


10. I verbi sdruccioli della lingua diventano piani nel dialetto, 
spènde spendere pèrde perdere zèrne cernere 

17. lì participio passato dei verbi di II coniugazione cambia 
la vocale caratteristica e dell’ indefinito in u: 


créde 

credere 

credù 

creduto 

vénde 

vendere 

vendù 

venduto 

rènde 

rendere 

rendìi 

fenduto 

savé 

sapere 

savìi 

saputo 


Essendo participi troncati della lingua, conservano la carat¬ 
teristica u della desinenza della lingua: uto. 

12. I participi irregolari della lingua sono irregolari anche nel 
dialetto. 

liése leggere lièto letto 

serie scrivere se rito scritto 

morì morire morto morto 











56 


13. Gerundio. 

Il dialetto am pe zzano manca della forma gerundiva; tuttavia 
ora |* incomincia ad usarla, e ciò è dovuto specialmente alla scuola 
e alle occasioni sempre più frequenti che ha la popolazione di par¬ 
lare in lingua. 


Molto più spesso il gerundio 

cita o dall’ indefinito. 

Esempi col gerundio: 

Pensando sóra ’na fre\ t' aaràes 
da te convinse che 1’ é mal fato 
a parià senza negùn riguardo 
de sta burta ròbes. 

Sentendo sta nóa, ón fato presto 
a paricià i nostre conte. 

Esempi con forme esplicite : 

A lòurà a chera magnèra el s’ a 
róinà ra salute. 

In chéra che vegnaón fòra de 
gégia, ón sentì a sonò ciampa- 
gna a martèl. 

Inz’ el torna a ciasa, m’ éi perdù 
r* ombrèla. 


viene sostituito dalla forma espli- 


Pansandoci su un po' dovresti 
convincerti eh' è mal fatto par¬ 
lare di queste brutte cose seri- 
z' alcun riguardo. 

Sentendo questa novità , ci siamo 
affrettati a preparare i nostri 
conti. 

Lavorando a quel modo si rovi¬ 
nò la salute. 

Uscendo di chiesa, sentimmo suo¬ 
nare a stormo. 

Ritornando a casa, perdetti V om¬ 
brello. 


FLESSIONE DEI VERBI 

La flessione dei verbi si fa in tutti i modi e in tutti i tempi 
come nella lingua. Mancano però, anche in questo dialetto, le voci 
del passato remoto; invece s’usa il passato prossimo. 

Esempio : 

On lóurà, magnà. e pousà. Lavorammo, mangiammo e ri¬ 

posammo. 

Modi. 


M. 

indicativo : 

presente 

p. imperfetto 

futuro semplice 



p. prossimo 

trap. prossimo 

futuro anteriore 

M. 

congiuntivo ; 

presente 

imperfetto 




passato 

trapassato 


M. 

condizionale : 

presente 

passato 


M. 

imperativo : 

presente 

futuro 






















57 


Modi indefiniti : 

indefinito: presente, passato, futuro 

gerundio : presente, passato 

participio : passato 

Osservazioni : 

I pronomi che si usano nella coniugazione d’ un verbo sono : 
ió tu el — nòs vós lóre 

Alcuni di questi pronomi vengono anche accompagnati da altri 
pronomi: — tu te, tu t’, el el, el ’l, nosòutre, vosoutre, lore i; 
ma specialmente i pronomi di li e III pers. sing. e di III pers. 
plurale. 

CONIUGAZIONE 

dei verbi ausiliari essere e avere e dei verbi regolari di I, II, III 
coniugazione. Si omettono le voci della lingua, perchè nessun ita¬ 
liano troverassi impicciato a capire quelle del dialetto. 

Modo indicativo. 


Presente : essere 

avere 

I .. : are 

Il ... ere 

III .. .ire 

Ió són 

éi 

penso 

credo 

sento 

Tu te sós 

V as 

penses 

credes 

sentes 

El ’l é 

a 

pensa 

crede 

sente 

Nós són 

ón 

pensón 

credón 

sentón 

Vos sé 

aé 

pensa 

credè 

sentì 

Lore i é 

a 

pensa 

créde 

sènte 

Osservazioni : 





L. Caratteristica 

è la desinenza s della II persona singolare. 

2. Le voci della III p. s. e III p. pi. sono eguali, il che avviene 

nella maggior parte dei dialetti. 




3. La desinenza iamo della lingua si 

cambia in ón, e le desi- 

nenze : ate ete ite della II pers. 

plurale vengono troncate: à é ì. 

4. Le voci della I p. s, e pi. del verbo essere sono eguali : 

ió són, 

nos són — 

- io sono , 

noi siamo 


P. imperfetto. 





èse 

avé, aé 

I ...are 

II ...ere 

III ...ire 

Ió sèe 

avée, aée 

pensaè 

cardée 

senile 

Tutte, (f) sèes 

avées ... 

pensàes 

cardées 

sentìes 

El ’l èa 

avéa ... 

pensàa 

cardéa 

sentìa 


5 B, Apollonio - Grammalica dialetto Àmpexzano. 
















5S 


Nos 

seón 

aveón ... 

pensaón 

cardaón 

sentión 

Vos 

seà 

aveà ... 

pensaà 

eardaà 

sentià. 

Lore i 

èa 

avéa ... 

pensàa 

cardéa 

sentìa 


Osservazioni : 

1. Si noti la gran differenza fra lingua e dialetto nelle voci 
della 1 e II pers. sing. e plur. del verbo essere (èse). 

2. Si usano anche le voci : credée ,.. invece di cardée ... 

3. I verbi di II coniugazione nella ì e II pers. pi. cambiano 
la vocale caratteristica e in a. 

4. Nelle voci del pass. imp. il suono del v si sente appena, 
anzi spesso si omette. 

5. Si noti pure la desinenza caratteristica s nella II pers. sing. 


Futuro semplice. 


Ió 

saréi 

aaréi 

pen saréi 

cardaréi 

sentirei 

Tutte, (t 1 ) 

saràs 

aaràs 

pensaràs 

pensare 

cardaràs 

sentiràs 

E1 ’1 

sarà 

aarà 

cardarà 

sentirà 

Nos 

sarón 

aarón 

pensarón 

cardarón 

senti rón 

Vos 

saré 

aaré 

pensaré 

cardaré 

sentirò 

Lore i 

sarà 

aarà 

pensarà 

cardarà 

sentirà 


Osservazioni : 

1. Anche in questo tempo nelle voci del verbo avere (aé) per 
lo più si omette la lettera v. 

2. La vocale caratteristica e dei verbi di II coniugazione si 
cambia in a. 

3. Soltanto le voci della III p. sing. son quasi tutte eguali a 
quelle della lingua. 

Passato prossimo. 


Ió 

son stà 

éi abù 
» abù 
» bù 

éi pensà 

éi cardò 

éi sentù 

Nós 

son stàde 

on abù 

ón pensà 

on cardù 

ón sentù 


Trap. prossimo. 

ló sèe sta aée abù aée pensà aée cardù aée sentù. 
Osservazione : 

Nei tempi composti del verbo essere si usa anche l’ ausi¬ 
liare avere. 
















59 


Esempi : 




1^0 


CM 


A9 


U, 


Asto mai stà a ra caza ìnze chel 
bosco? 

On sta pi òtes anche nosòutre a 
1’ saludà can che '1 èa melitar. 

Non aào mai sta a Venezia? Uh, 
ce poco che aé viazà! 

Agnó àio stà sto strafierón fin 
adès? 


Sei mai slato alla caccia in quel 
bosco? 

Siamo siali più volle anche noi a 
salutarlo quand'egli era soldato. 

Non eravate mai stati a Venezia? 

Ih, avete viaggialo ben -poco voi! 

Dov' è stato finora questo zibal¬ 
done? 


Futuro anteriore. 


ló 


saréi sta aaréi abù aaréi pensa cardù 


sentii 


Osservazioni : 

1. Il'participio passato del verbo essere ha le forme: — sta, 
stade; stada, stades. 

2. Se il participio passato d ! un verbo transitivo segue F og¬ 
getto diretto, esso concorda nel genere e nei numero. 

Esempi : : 

Ilai visto mio fratello e mia so¬ 
rella? — Lui l'ho incontralo lì 
alla posta ed essa V ho veduta 
in chiesa. 

Avete finito quei tavolini? — Eh, 
sì, sì, che li dbbiam finiti e li 
abbiamo anche portali al de¬ 
posito. 

E quelle cornici intarsiate le ave¬ 
te vendute ? Sì, sì, è un pezzo 
che le abbiavi vendute. 


Asto vedù me fardèl e me sorela? 

— E1 1* éi incontra là da ra 

posta e^era r’ éi veduda inze 
gégia. 

Aéo fenì chi tòulìs? — Eh, sci, 
sci, eh’ i ón fenide e i ón anche 
portade inz’el deposito. 

E chera comìges intarsiades es 
aéo vendùdes? Ai, ai, l’é ’n 
tòco ch’es ón vendùdes. 


3. Parlando in fretta, la vocale a del participio abù sparisce. 
Si dice p. es. : — Ei bù da féi sto ladro in prèscia. Se la parola 
che precede il participio del verbo avere contiene il v, la lettera v 
del participio avù viene per eufonia sostituita dal b. 


Esempio : 

Nosoutre aveón abù tante piazere 
da chel bon Ón. 


Noialtri avevamo amilo molti 
piaceri da quel buon uomo. 

k. I participi passati dei verbi di III coniugazione conservano 
la vocale caratteristica i: — partì, sòfrì, servì. — Il verbo sentire 
(sentì) fa eccezione : — ón sentii. 















60 


MODO CONGIUNTIVO 

Presente. 





èse 

avé 

I ...à 

II ...e 

III ...i 

Convien che io 

sée 

èbe 

pénse 

crede 

sénte 

» 

» 

tu te 

sées 

èbes 

pénses 

credes 

sèntes 

» 

» 

el 

sée 

èbe 

pénse 

crede 

sènte 

» 

» 

nos 

sène . 

óne 

pensóne 

credóne 

sentono 

» 

>5 

vos 

sède 

aéde 

pen sfide 

credéde 

sentìde 

■.» 

« 

lore i sée 

èbe 

pénse 

crede 

sènte 


Osservazioni : 

1. Le proposizioni possono essere espresse in tre maniere: 

Convien che tu te sées presente. 

» » te sées presente tu, 

» » te sées presente. 

2. Le desinenze assai caratteristiche sono; 

es per la II pers. singolare, 

óne per la I pers. plurale, 

ad e, ede, ide per la II pers. plur. 

3. Le voci della I pers. sing. e della III pers, sing, e plur. 
sono eguali. 


Imperfetto. 


io 

fóse 

aése 

pensàse 

credése 

sentìse 

tu te 

fóses 

aéses 

pensàses 

credéses 

sentìses 

el 

fóse 

aése 

pensàse 

credése 

sentìse 

nos 

fosasón 

aasón 

pensasón 

credasón 

sentisón 

vos 

fosasà 

aasà 

pensasà 

credasà 

sentisà 

lore i 

fóse 

aése 

pensàse 

credése 

sentìse 


Osservazioni : 

1. Soltanto le voci della I e II pers. plur. differiscono molto 
da quelle della lingua. Queste due voci dei verbi di II coniugazione 
cambiano la vocale caratteristica e in a. 

2. Anche in questo tempo T s è la caratteristica terminazione 
della II pers. sing. 


Passato. 


/ 


E1 par che ió sée sta, che nos one pensa, ecc 


Osservazione : 

Si aggiunge il participio alle voci del verbo ausiliare nel 
presente. 



















61 


Trapassato. 

E1 paréa che nosouire fosasón stade; che lore i aése servì. 
Osservazione : 

Si aggiunge il participio passato alle voci dell’ ausiliare nel- 
l’imperfetto. 


Presente. 


MODO CONDIZIONALE 


Ió 

è se 
saràe 

avé 

avaràe 

I ...are 
pensaràe 

li ...ere 
credaràe 

III .ire 
sentirne 

Tu te 

saràes, se... 

avaràes 

pensaràes 

(cardaràe) 

credaràes 

sentiràes 

El 

saràe 

avaràe 

pensaràe 

credaràe 

senti rèe 

Nos 

fosasón 

avasón 

pensasón 

pensosa 

credasón 

sentisón 

Vos 

fosasà 

avasà 

credasà 

sentisà 

Lore i 

saràe 

avaràe 

pensaràe 

credaràe 

sentìràe 


Passato. 


Tu te saràes stada contenta, se ... 


Osservazioni : 

1. Il passato si forma aggiungendo il participio passato al 
presente condizionale. 

2. Anche nel presente condizionale, come nel futuro dell’indi¬ 
cativo, la vocale caratteristica e dei verbi di II coniugazione si 
cambia in a. 

3. Assai rimarchevole è l’eguaglianza delle voci della I e II 
persona plurale dell’ imperf. congiuntivo e del pres. condizionale. 


Esempi : 

Vosòutre fosasà zerto pi conten¬ 
te, se fosasà inz’ el vose paés. 

L’ ava sóli tegnù vorentiera inze 
ra nostra sozietà, se no se 
fosasón incèrte eh’ el non èa 
un galantòn. 

No fosasón mia inze sto stato, se 
fosasón stade ’na fre’ pi coute. 


Voialtri sareste cerio più con¬ 
tenti ,, se foste nel vostro paese 
V avremmo tenuto volentieri nel¬ 
la nostra società , se non ci fos= 
simo accorti eh' egli non era 
un galantuomo. 

Xon saremmo mica in questo sta¬ 
to, se fossimo stati un po' più 
cauti. 














m 


DIPENDENZA DEI TEMPI 

" " ■ i 

Essa corrisponde perfettamente a quella delia lingua. 


1. Il presente congiuntivo 

Esempi : 

Me pare el me racomanda sem¬ 
pre che sée sinzero e onesto 
con dute. 

Dio vó che nosòutre perdonarne 
a ci eh’ i me fèsc del mal. 


dipende dal presente indicativo. 


Mio padre mi raccomanda sem- 
pre che sia onesto e sincero con 
tutti, 

Dio vuole che noi perdoniamo a 

chi ci la del male. 


V 



2. L’imperfetto del modo congiuntivo dipende dall' imperfetto 
indicativo e dal presente condizionale. 


Esempi : 


I carde a eh’ el fosse colpevole. 

Par podé serie ’na fre’ mèo, be= 
sognaràe che te lieséses calche 
bon libro. 

Se te te comprases i Promessi 
Sposil e che t 1 i lieséses de spés, 
t’impararàes serto, no soltanto 
talian, ma anche a deventà un 
bon òn. 


Essi credevano che fosse colpe¬ 
vole. 

Per poter scrìvere un po' meglio , 
bisognerebbe che tu leggessi 

qualche buon libro. 

Se ti comprassi ì Promessi Spo¬ 
si e bhe\ lì leggessi spesso, im¬ 
pareresti certo non solo italia¬ 
no , ma anche a diventare un 
buon uomo. 


3. Il pass. cong. dipende dal pres. indie, e il trap. cong. dal- 
1‘ imperf. indie., dal pres. e dal pass, condizionale. 


Esempi : 


I disc dute eh’ el sée sta el a di¬ 
rìge i lavore de chera strada. 

L’ èa hén da créde che fose sta 
chi là a portà via ra légnes. 

Nosòutre fosasón stade pi con¬ 
tente, se vos aasà azetà chera 
condiziós. 


Dicono tutti che sia stato luì a 
dirigere i lavori di quella 
strada. 

Era ben da credere che fossero 
stati quei là a portar via la 
legna. 

Noialtri saremmo stati più con¬ 
tenti, se voi aveste accettate 
quelle condizioni. 






















63 


MODO IMPERATIVO 


Presente. 

èse ( essere ) 

Sée tu; t’ as da èse tu 
Sée el; eh’ el sée el; 1’ a da ése el 
ùn da èse nós 
Aé da èse vós; sède vós 
Sée lore; eh’ i sée Idre; i a da 
èse lore 

no èse (non essere) 

no èse tu; no sée tu; no t’ as da 
èse tu 

eh’ el no sée el; el non a da ése el 
non ón da èse 

non aé da èse; no sède ... vós 
eh’ i no sée lore; i non a da èse 
lore 


avé, aé (avere) 

Ebe tu; t’as d’aè tu 
Che ’l èbe el; èbe el; ’l a d’ aé el 
On d’aé nosoutre 
Aéde vos; avé d’ aé vos 
Èbe lóre; eh’ i èbe lore; 1 a d’avé 
lore 

non aé (non avere ) 
non èbe tu; no t’ as d’ aè tu 

eh’ el non èbe el; el non a d’aé el 
non ón d’avé nós 
non avéde; non avé d’ aé vos 
eh’ i non èbe; i non a d’ aé lore 


VERBI DI 

I ... à (are) II ... e (ere) 

Laóra tu; t’as da lourà tu créde tu; t’as da crede tu 

Laóre el; eh’ el laóre el créde el; eh’el créde el 

l'a da lourà el l’a da créde el 


Lourón nos; on da lourà nós 
Lourà vos; aé da lóurà vós 
Laóre lore; eh’ i laóre lore 
i a da lourà lore 


credón nos; ón da créde nós 
credè vos; aé da créde vós 
créde lore; eh’ i créde lore 
i a da crede lore 


III ... ì (ire) 

sènte tu; t’as da séntì tu 
sénte el; eh’el sénte el 
1’ a da sentì el 
sentón nos; on da sentì nos 
sentì vós; aé da sentì vos 
sènte lóre; eh’ i sènte lore 
i a da 'sentì lore 


no lourà (non lavorare) 

No laóra; no t’ as da lourà 
no sta a lourà 

Ch’ el no laóre; el non a da lourà 


no créde (non credere) 

no crede; no t’ as da créde 
no sta a créde 

eh’ el no créde; el non a da créde 











64 


No lourón; non on da ìourà 
no stagión a Ìourà 
No louràde; non aé da Ìourà 
no stagéde a lóurà 
Ch’ i no ladre; i non a da lóurà 


no credón; non on da créde 
no stagión a créde 
no credéde; non aé da crede 

no stagéde a crede 
eh’ i no crede; i non a da crede 


no sentì ( non sentire) 

no sente; no t’as da sentì 
no sta a sentì 

eh’ el no sente; el non a da sentì 
no sentón; non on da sentì 
no stagión a sentì 
no sentide; no aé da sentì 

no stagéde a sentì 
eh’ i no sente; i non a da sentì 

Osservazioni : 

1. Si noti che nella voce della II persona singolare sparisce 
l’s caratteristica del modo indicativo, congiuntivo e condizionale. 

2. Le voci della II e III pers. sing. e della III pers. plur. di 
ogni verbo sono eguali ad eccezione della voce della II pers. sing. 
dei verbi di prima coniugazione, che termina colla vocale carat¬ 
teristica a. 

3. Dai soprascrìtti esempi rilevasi che, in vece di usare la 
semplice voce del verbo, ricorresi di frequente ad una perifrasi; 
anzi nella I pers. plurale delle proposizioni affermative e negative 
dei verbi ausiliari e nella III persona singolare e plurale delle pro¬ 
posizioni negative di tutti gli altri verbi, non si può farne a meno. 

4. La perìfrasi può esser fatta: 

— o col verbo nell’ indefinito, insieme all’ ausiliare avere 
o al verbo stare. 

Esempi : Lore i non a da Ìourà. Non lavorino essi. 

No stagéde a ve móe. Non movetevi. 

El non a da erède. Non creda egli. 

— oppure con una proposizione copulativa soggettiva, omet¬ 
tendo la proposizione principale da cui dipende : — Besén... 
Convién... 

Esempi : Che ’1 créde el! Creda lui! 

Ch’ i no lavore ancoil Non lavorino oggi. 
















65 


5. Se si parla direttamente a una persona, nelle proposizioni 
imperative negative, dando del tu non si usa il verbo all’ indefi¬ 
nito come nella lingua, ma la voce del verbo coniugato. Si noti 
però che coi verbi di II coniugazione la voce corrisponde nella 
forma a quella dell’ indefinito. 


Esempi : 

No laóra adès. 

No créde a sta fandònies. 

No sta a erède a obera femenates. 
No parla cosci forte. 

No ciàcoia tanto. 

Non èbe tanta paura. 

No sta co ra testa cosci piegada. 

Fa eccezione il verbo essere : 
l’indefinito 1 ). 

Esempi: 


Non lavorare adesso. 

Non credere a queste fandonie. 
Non credere a quelle femminacce. 
Non -parlare così forte. 

Non ciarlar tanto. 

Non aver tanta paura. 

Non istare colla testa così piegata. 

èse, col quale si può usare anche 


No 2 ) èse tanto curios. (no sée) Non essere tanto curioso. 

No 2 ) èse tanto superbo, » Non essere tanto superbo. 

No 2 ) èse cosci sfazà. » Non essere cosi sfacciato. 


Parlando direttamente a una o a più persone, nelle proposi¬ 
zioni imperative negative, se si dà del voi, si aggiunge alla voce 
del verbo positivo la sillaba de, e così si ha la forma corrispondente 
a quella della lìngua. Qual differenza però fra la voce positiva e 
la negativa! p. es. : Laurà! no louràde! 

Esempi : 


No louràde cosci a ra bona se ve 
voré féi onor. 

No ve spaventade par cosci pòco. 

No partide mìa senza vegnì a me 
saludà. 

No sède tanto avare! 

No stagéde duto ’l dì pede ’l 
tornèi. 

No credéde a duto chel eh’eì ve 
disc. 


Non lavorate così alla buona se 
volete farvi onore. 

Non ispavenlatevì per sì poco. 

Non partite mica senza venire a 
salutarmi. 

Non siate tanto avari. 

Non islaie lutto il giorno presso 
il fornello. 

Non credete a tutto quello che 
egli vi dice. 


1) Anche il verbo féi (fare). Vedi esempio pag. 70. 

2 ) stando alla regola dell’avverbio negativo: non (vedi pag. 85), 
siccome la voce èse comincia'per vocale, si dovrebbe usare la forma 
intera: non: ma in questo causo si preferisce omettere l’n finale. 












Osservazione : 

In iscuola son necessari parecchi esercizi per abituare l’orec¬ 
chio degli alunni ad usare il verbo colla forma dell’ indefinito, 
quando danno del tu ad una persona con proposizioni imperative 
negative. 



Futuro, 

Esempi di proposizioni imperative nel futuro: 


Andrai tu. 

Vèrran ben loro! 

Farete voialtri questi lavori. 
Avrete da fare con noi! 


MODO INDEFINITO 


èse, avé o aé 

pensà, téme, pad! 

èse sta’, aé abù 

aé lourà, avé sentù 

èse par èse, èse par aé 

èse par móe, doé lourà 

dovè èse, doé guadagnà 

èse par créde, dovè se defènde 


Del participio e del gerundio 

verbo pag. 55, 56. 


essere, avere 
pensare, temere, patire 
essere stato, aver avuto 
aver lavorato, aver sentito 
essere per essere, essere per avere 
essere per andare, dover lavorare 
dover essere, dover guadagnare 
essere per credere, dover kifen- 

[dersi 

vedi Osservazioni generali sul 


CONIUGAZIONE 

dei verbi irregolari di I coniugazione. 

participio : 
andato 


indefinito : 

zi, zisin andare, andarsene , 
ire, gire, girsene 
da’ dare 

sta’ stare 

féi fare 


dà, dada 
stà, stada 
fato 


dato, data 
stato, stata 
fatto 



èse stà, 
essere stato, 


aé fato 
aver fatto 
















67 


Presente 

zi, zisin 

indicativo. 

andare, andarsene 

da’ dare 

sta’ stare féi fù 

'ió 

vado, 

min vado 

dago 

stago 

fègio 

tu te 

vas, 

te tin vas 

das 

te stas 

te fèsc 

el 

va. 

sin va 

dà 

sta 

fèse 

nos 

zón, 

sin zón 

dagión 

sfagión 

fegión 

vos 

zi* 

vin zi 

dagé 

stagé 

fegé 

lore i 

va, 

i sin va 

dà 

sta 

fèsc 


Osservazioni : 

1. Il verbo zi ( andare ) ha nella I e II pera. plur. voci differenti 
da quelle della lingua: — zón, zi ( andiamo , andate). 

2. Il verbo fare ha neil’ indefinito una forma molto diffe¬ 
rente: féi. 


3. Si 

noti la forma 

comune : 

— fèsc nella 

II, III pers. 

nella III 

pers, plur. 




. iinperf. 

ìnd. 





zi 

da’ 

sta’ 

féi 

ió 

zìe 

dagée 

stagée 

fegée 

tu te 

zìes 

dagées 

stagées 

fegées 

el 

zìa 

dagéa 

stagéa 

fegéa 

nos 

zión 

dagiaón 

stagiaón 

fegiaón 

vos 

zia 

dagiaà 

stagiaà 

fegiaà 

lore 

ì zìa 

dagéa 

stagéa 

fegéa 


Osservazioni : 

1. Col verbo zi ( andare ) si mantiene la radice del verbo gire, 
zìe = già , giva. 

2. Nelle desinenze della I e II pers. plur. dei verbi dà, sta’, 
féi la vocale e delle altre persone si cambia in a: — dagiaón, dagiaà, 
stagiaón, ecc. 

Pass, prossimo. 

zi da’ sta’ féi 

io min son zu éi dà son sta, éi sta éi fato 

Osservazione : 

Col verbo sta’ (stare) s’ adopera anche il verbo ausiliare avere : 
— éi ||1 = sono stalo. 

Esempio : 

* r 

PII 1’ a sempre sta là fermo come Stette sempre lì fermo come una 
’na statua. statua. 












68 


Futuro. 


ió 

ziréi 

darei 

starei 

faréi 

tu, te 

ziràs 

daràs 

staràs 

faràs 

el 

zìrà 

darà 

starà 

farà 

nos 

zirón 

darón 

starón 

farón 

vos 

ziré 

daré 

stare 

fare 

lore 

zirà 

darà 

starà 

farà 


Omettonsi gli altri tempi composti, che si fan alla stessa ma¬ 
niera del p. prossimo. 


Presente. 


MODO CONDIZIONALE 


ió 

ziràe,.., se... 

daràe 

staràe 

faràe 

tu, 

te ziràes 

daràes 

staràes 

farà,ss 

el 

ziràe 

daràe 

staràe 

faràe 

nos 

zisón 

dagiasón 

stagiasón 

fegiasón 

vos 

zisà 

dagiasà 

stagiasà 

fegiasà 

lore 

ziràe 

daràe 

staràe 

faràe 


Osservazione : 

Si confrontino le desinenze del dialetto e quelle della lingua 
nel futuro e nel presente condizionale: 

futuro — ziréi {andrò) 
pr. cond. — ziràe {andrei) 


Presente. 


MODO CONGIUNTIVO 


ió 

vàde 

staghe 

daghe 

fège 

tu te vàdes 

staghes 

daghes 

fèges 

el 

vàde 

staghe 

daghe 

fège 

nos 

zone 

stagióne 

dagióne 

fegióne 

vos 

zìde 

stagéde 

dagéde 

fegéde 

lore 

vàde 

staghe 

daghe 

fège 

letto 

vedesi 

che il verbo 

zi (andare) 

cambia la 


Osservazione : 

Anche nel di 
radice nelle voci della I e II pers. plurale. 

Imperfetto. 

Besognarae che ió zìse stagése 

» « tu te zises stagéses 

» » el zi se stagése 


dagése 

dagéses 

dagése 


fegése 

fegéses 

fegése 



























69 


Besognarae che nos 

zisón 

stagiasón 

dagiasón 

fegiasón 

» » vos 

zisà 

stagiasà 

dagiasà 

fegiasà 

» n lore 

zìse 

stagése 

clagése 

fegése 


Osservazione : 

Col verbo zi ( andare ) si mantiene la radice del verbo zi {gire) 
in tutte le persone. 


MODO IMPERATIVO 

sta tu 

eh’ el staghe el 
stagión nos 
stagé vos 
eh’ i staghe lore 

Osservazione : 

Nella III pers. sing. e plur. si può dire anche: — Vade el; 
vade lore, ecc. 


da tu 

eh’ el daghe el 
dagión nos 
dagé vos 
eh’idaghelore 


fèsc tu 
eh’ el fège el 
fegión nos 
fegé vos 
eh’ i fège lore 


Presente. 

Va tu 

Ch’ el vade el 
Zón nos 
Zi vòs 

Ch’ivadelore 


Preposizioni imp. negative. 

(1) No va; no sta a zi 

no t' as SaTzi 

no tin va 
Ch’ el no vade el 
No zón; non ón da zi 
no stagión a zi 
No zide; non aé da zi 

no stagéde a zi 
Ch 1 i no vade 


(2) no da’; no t’as da dà 
no sta a dà 

ch’el no daghe 
no dagión; non on da dà 
no stagión a dà 
no dagéde; non aé da dà 
no stagéde a dà 
eh’ i no daghe 



(3) no sta; no t’ as da sta 

eh’ el no staghe 
no stagión; non on da sta 

no stagéde; non aé da sta 

ch’i no staghe 


(4) no fèsc; no t’as da fei 
no fói 
no sta a féi 
eh’el no fège 
no fegión; non on da féi 
no stagión a féi 
no fegéde; non aé da féi 
no stagéde a féi 
eh’ ì no fège 


Osservazione : — Ricorrasi di frequente alle perifrasi; del 
resto valgono le osservazioni sugli altri verbi a pag. 64. — Anche 

















70 


col verbo féi {fare) nelle proposizioni imperative negative, dando 
del tu, oltre la voce : no fèsc, si può usare la forma dell' indefinito : 
— no féi. 

Esempio : 

No fèsc tanta monàdesl oppure : — No féi tanta monades! 
(Non fare tante sciocchezze!). E’ più usata però la voce: fèsc. 


CONIUGAZIONE 

di alcuni verbi irregolari di II e III coniugazione. 

Per brevità ci si limita alla coniugazione dei verbi d’ uso più 
ftequente nei tempi più importanti. 


Indefinito. 



dovè 

podé 

savé 

voré 

liése 


dovere 

potere 

sapere 

volere 

leggere 



Presente indicativo. 



ió 

dévo 

pós 

sèi 

vói 

lieso 

tu te 

déves 

pos 

sas 

vos 

liéses 

el 

déve 

pó 

sa 

vó 

liese 

nos 

dovón 

podón 

saón 

voròn 

liesón 

vos 

dovè 

podé 

saé 

voré 

liesé 

ìore 

déve 

pó 

sa 

vó 

liése 


Imperfetto indicativo. 


ió 

dovée 

podée 

savée 

vorée 

liesée 

tu te 

dovées 

podées 

savées 

vorées 

liesées 

el 

dovéa 

podéa 

savéa 

voréa 

lieséa 

nos 

dovaón 

podaón 

savaón 

voraón 

liesaón 

vos 

dovaà 

pddaà 

savaà 

voraà 

liesaà 

lore 

dovéa 

podéa 

savéa 

voréa 

lieséa 


Futuro indicativo. 


ió 

dovaréi 

podaréi 

savaréi 

voraréi 

liesaréi 

tu te 

dovaràs 

podaràs 

savaràs 

voraràs 

liesaràs 

el 

dovarà 

podarà 

savarà 

vorarà 

ìiesarà 

nos 

dovarón 

podarón 

savarón 

vorarón 

Mesaròli 

vos 

dovaré 

podaré 

savaré 

voraré 

liesaré 

lore 

dovarà 

podarà 

savarà 

vorarà 

Ìiesarà 



















71 




Presente 

congiuntivo. 



Convién 

che 




IÓ 

déve 

póde 

sèpe 

vóre 

liése 

tu te 

déves 

pódes 

sèpes 

vóres 

liéses 

el 

déve 

póde 

sèpe 

vóre 

liése 

nos 

dovóne 

podóne 

gavóne 

voróne 

ìiesóne 

vos 

dovéde 

podéde 

savède 

voréde 

ìleséde 

lore 

deve 

póde 

sèpe 

vóre 

liése 


Imperfetto congiuntivo. 



Saràe bón 

che 



ió 

dovése 

podése savése 

vorése 

liesése 

tu te 

dovéses 

podéses savéses 

voréses 

lieséses 

el 

dovése 

podése savése 

vorése 

liesése 

nos 

dovasón 

podasón savasón 

vorasón 

liesasón 

vos 

dovasà 

podasà savasà 

vorasà 

liesasà 

lore 

dovése 

podése savése 

vorése 

liesése 



Presente condizionale. 


ió 

dovaràe 

podaràe savaràe 

voraràe 

liesaràe 

tu te 

eccetera come con verbi regolari già coniugati. 




Presente imperativo. 




Si coniugano 

come i verbi regolari. Si usano spesso le peri- 

frasi 

: per esempio: On da podé nosoutre = 

= possiamo 

noi , ecc. 



Participio passato. 




dovù 

podù savù 

vorù 

lièto 


dovùda 

podùda savùda 

vorùda 

lièta 



Indefinito. 




vìve 

di’ vegnì 

capi 

finì 


vivere 

dire venire 

capire 

finire 



Presente indicativo. 



ió 

vivo 

dìgo viéno 

capiselo 

féiiì scio 

tu ie 

vìves 

disc viénes 

capìsces 

fenìsces 

el 

vive 

disc vién 

capisce 

fenìsce 

nos 

vi vón 

digión vegnón 

(intendón) 

finón 

vos 

vivé 

digé vegnì 

capì 

finì 

lore 

vìve 

disc vién 

capisce 

fenìsce 









72 


Imperfetto indicativo. 


ió 

vivée 

digée 

vegnìe 

capie 

fenìe 

tu te 

vivées 

digées 

vegnìes 

capìes 

fenìes 

el 

vivéa 

digéa 

vegnìa 

capta 

fenìa 

nos 

vivaón 

digiaón 

vegnión 

capión 

finión 

vos 

vivaà 

digiaà 

vegnià 

capià 

finià 

lore 

vivéa 

digéa 

vegnìa 

capì a 

fenìa 



Futuro 

indicativo. 



ió 

vivaréi 

digiaréi 

vegniréi 

capiréi 

feniréi 

tu te 

vivaras 

digiaràs 

vegniràs 

capiràs 

fèniràs 

el 

vi vara 

digìarà 

vegnirà 

capirà 

fenirà 

nos 

vivarón 

digiarón 

vegnirón 

capirón 

finirón 

vos 

vivaré 

digiaré 

vegniré 

capiré 

finirà 

lore 

vivarà 

digiarà 

vegnirà 

capirà 

fenirà 


Besén che 

Presente 

congiuntivo. 


ió 

vìve 

dighe 

viene 

capisce 

fenisce 

tu te 

vi ves 

digli es 

viénes 

capìsces 

fenìsces 

el 

vìve 

dighe 

vìéne 

capisce 

fenisce 

nos 

vivóne 

digióne 

vegnóne 

(intendóne) finóne 

vos 

vivéde 

digéde 

vegnìde 

capìde 

finìde 

lore 

vive 

dighe 

viene 

capisce 

fenisce 



Imperfetto congiuntivo. 



Saràe nezesario che 




ió 

vivése 

digése 

vegnì se 

capìse 

fenìse 

tu ie 

vivéses 

digéses 

vegnìses 

capìses 

fenìses 

el 

vivése 

digése 

vegnìse 

capìse 

fenìse 

nos 

vivasón 

dìgiasón 

vegnisón 

capisón 

finisón 

vos 

vivasà 

digiasà 

vegnisà 

capì sa 

finisà 

lore 

vivése 

digése 

vegnìse 

capìse 

fenìse 



Presente 

condizionale. 


ió 

vivaràe 
ecc.... 

digiaràe 

vegniràe 

capiràe 

feniràe 


Presente imperativo. 

Come i verbi regolari. Perifrasi. Esempio : Aé da fenì — Finite. 

















73 


Participio passato. 


vite 

dito 

vegnù 

capì 

fenì 

vivùda 

dita 

vegnùda 

capida 

ferii da 



Indefinito. 



tàge 

tói 

cogi 

padì 

morì 

tacere 

togliere 

eveire 

patire 

morire 


Presente indicativo. 


ió 

tflg’io 

tòlo 

cógio 

padiscio 

moro 

tu te 

tàges 

tòles 

cóges 

padisces 

móres 

el 

tàge 

tòl 

cóge 

padìsce 

mòre 

nos 

tagión 

tolón 

cogión 

(on da padì) 

morón 

vos 

tagé 

tolé 

cogì 

padì 

morì 

lore 

tàge 

tòl 

cóge 

padìsce 

mòre 


Imperfetto indicativo. 


ió 

tagée 

tolée 

cogìe 

padie 

morìe 

tu te 

tagées 

tolées 

cogìes 

padìes 

morìes 

el 

tagéa 

toléa 

cogìa 

padìa 

morìa 

nos 

tagiaón 

tolaón 

cogión 

padión 

morión 

vos 

tagiaà 

tolaà 

cogià 

padià 

moria 

ìore 

tagéa 

toléa 

cogìa 

padìa 

morìa 



Futuro indicativo. 



ió 

tagiaréi 

tolaréi 

cogiréi 

padì rèi 

moriréi 

tu te 

tagìaràs 

tolaràs 

cogiràs 

pacliràs 

moriràs 

el 

tagiarà 

tolarà 

cogirà 

pad irà 

morirà 

nos 

tagiarón 

tolarón 

eogirón 

padirón 

morirón 

vos 

tagiaré 

tolaré 

cogirè 

padiré 

morirò 

lore 

tagiarà 

tolarà 

cogirà 

partirà 

morirà 


Presente congiuntivo. 


ió 

tàge 

iòle 

cóge 

padìsce 

mòre 

tu te 

tàges 

tóles 

cóges 

padisces 

móres 

el 

tàge 

tòte 

cóge 

padìsce 

mòre 

nos 

tagióne 

telóne 

cogióne 

padóne 

moróne 

vos 

tagéde 

toléde 

cogide 

padìde 

morì de 

lore 

tàge 

tóle 

cóge 

padìsce 

mòre 


6 B. Apollonio - Grammatica diaìetto Ampezzano, 











74 


Imperfetto congiuntivo. 

Saràe bón che 


ió 

tagése 

tolése 

cogìse 

padìse 

morì se 

tu te 

tagéses 

toléses 

cogìses 

padìses 

morises 

el 

tagése 

tolése 

cogìse 

padìse 

morìse 

nos 

tagiasón 

tolasón 

coglsón 

padìsón 

morisón 

vos 

tagiasà 

tolasà 

cogisà 

padisà 

morisà 

lore 

tagése 

tolése 

cogìse 

padìse. 

morìse 


Presente condizionale. 

tagiaràe tolaràe cogiràe padiràe morirà© 

eccetera. 

Presente imperativo. 

Come i verbi regolari. Si usano pure perifrasi. Esempio : T’ as 
da tói = Prendi, invece di: Tòl = prendi. 

Participio passato. 

tagiù tolésc cogì padi morto 

tagiùda to lèsta cogì da padìda morta 

Osservazioni : 

1. Mancando il passato remoto, le irregolarità son poche, tanto 
che, tolte alcune voci del presente indicativo e congiuntivo dei verbi 
podé, savé, voré ( potere, sapere, volere), si possono considerare 
verbi regolari. 

2. Il verbo di’ (dire) si coniuga come un verbo di II coniu¬ 
gazione. 

3. Si usano spesso i gerundi: dovendo, podendo, savendo, 
liesendo, scrièndo, digèndo, vivendo, che vengono però sostituiti 
anche dall’indefinito. Questa forma usasi sempre per gli altri verbi, 
per es. : a voré (volendo), inz’el vegnì (venendo), oppure: a vegnì. 

4. I verbi di II coniugazione nella I e II pers. pur. dell’ im¬ 
perfetto indicativo e dell’ imperfetto congiuntivo cambiano la. vocale 
caratteristica e in a; per cui: aón, aà; asón, asà: — per es. : licsaón, 
liesaà; liesasón, ìiesasà, invece di lieséon, lieseà; liesesón, liesesà. 

5. Il verbo felli (finire), nella I e II pers. plur. di tutti i tempi, 
riacquista la vocale i della radice del verbo finire. 















75 


Esempi : 

A sto modo ea no finon pi. 

Lascion là intanto, che finirò» 
ben doman. 

Ra finiré ben ’na òta con duta 
sta ciàcoles! 

Finirà, via, anche vosoutre! 

Finónelo stasera, parcé che do¬ 
man el vegnirà a sei tóì. 


In questo modo non finiamo più. 

J,asciani lì intanto , che finiremo 
ben domani. 

La finirete ben una volta con 
tutte queste ciarle! 

Finitela , via, anche voi altri! 

Finiamolo stasera, perchè doma¬ 
ni verrà a prenderselo. 


6. Strano è nell’ imperativo 1’ uso del verbo tàge = tacere 
nel senso di: star fermo, finirla, smettere. Se per es. un bambino, 
giocando o liticando, viene stuzzicato da un altro, o colle mani o 
con qualche oggetto, bastone od altro, per dirgli che smetta, oltre 
il verbo: feni = finire , usa pure il verbo: tàge = lacere : .— 
Fenìscera! o Tàge! 


VERBI RIFLESSIVI 


se peni 
se desmenteà 
se record ti 
se lava 


pentirsi 

dimenticarsi 

ricordarsi 

lavarsi 


se diverti 
sin tuói; tóisin 
sin zi; zisìn 
se cambiti 


divertirsi 

togliersene 

andarsene 

cambiarsi 


Presente indicativo. 

Io me pénto 
Tu te te péntes 
El se pénte 
Nos se pento n 
Vos ve penti 
Lore i se pénte 


Futuro semplice. 

me pentiréi 
te te pentiràs 
el se pentirà 
se pentirón 
ve pentirà 
se pentirà 


Presente congiuntivo. 

Besén 

... che io mé recorde 
.. che tu te te recòrdes 
... che el se recorde 
... che nos se recordóne 
... che vos ve recordàde 
... che lore i se recorde 


Presente condizionale. 


Io min tolaràe, se .. . ( prenderei ) 
Tu te tin tolaràes, se ... 

El sin tolaràe, se ... 

Nos sin tolasón. se ... 

Vos viti tolasà, se ... 

[.ore sin tolaràe, se... 








76 


Presente 

Vàtin {vattene ) 

Ch’el sin vade; sin vade el 

Zósin 

Zivin 

Ch’ i sin vade; sin vade lore 

Altri esempi : 

Càmbiete (camMali) 

Ch 1 el se sfèrze; se sfèrze el 
Betèse ( meniamo ci) 

Descedàe fóra ( svegliatevi ) 

Ch' i s'impianie lóre 


imperativo. 

.No Un va: no sfa, a ti n. zi. 

Gli’ él no sin va; ir: 

No sin zòne; no stagión a sin zi. 
No vin zide; no stagéde a vin zi. 
Ch’ i no sin vade! 


No te cambia; no sta a te cambià. 
Ch’el no sé sfèrze. 

No.se betòn.;, no stagión a se bète. 
No ve descedàde; no stagéde a 
ve descedà. 

Ch’ i no s’impiante lore! 


Osservazioni : 

1. Nell’ indefinito le particelle riflessive si antepongono al 
verbo. (Vedi osservazione 22; pag. 47). 

2. Notisi la ripetizione dei pronomi, specialmente nella II per¬ 
sona singolare. 

3. Riguardo al pronome ne. (Vedi osservazione 20; pag. 45). 

4. I pronomi di forma congiuntiva delia I pers. plurale: ci, 
ce, vengono sostituiti, come avviene in altri dialetti, dalle forme: 
se, si. 


Esempi : 

Nosoutre se podón lagna e con región de sto travamento. 

■Voi ci possiamo lagnare e con ragione di questo trattamento. 

Can che ’l è suzedù chel fato, nosoutre sin seèn ormai zùde. • 
Quando successe quel fatto, noi ce ne eravamo già andati. 

In iscuola è necessario che il maestro insista molto per abituare 
1’ orecchio degli alunni a usare ci invece di sì, affinchè non incor¬ 
rano nel solito errore di dire o di scrivere per es. : 

In quella circostanza si siamo veduti anche noi. 

Dobbiamo abituarsi ad essere sempre cortesi con tutti. 

Oggi si vestiremo da festa. 


























77 


5. La desinenza dei verbi di I coniugazione nella II persona 
singolare del presente imperativo cambia la vocale caratteristica 
a in e. Invece di: cambiati, dicesi: càmbiete; invece di: lavati, 
dtcesi: làvete. 

6. Nella I persona plurale rii tutti i verbi riflessivi del presente 
imper., se si unisce il pronome riflessivo al verbo, la voce di questo 
perde 1’ n, e dicesi : — cambióse, spartóse... e non cambionse, 
spartonse. 

Esempi : 

Cambióse aiòlo de eiamesa, par- Cambiamoci subito di camìcia 
cé che son dute sudarle. perché slatti tutti sudati. 

Spartóse fra de nosutre sta roba. S'partiamoci fra noi questa roba. 


7. Alquanto strane appariscono le voci del verbo : zisin, sin zi. 
Esempi : 


E1 sin é zìi. 

L’é da sin zi aiòlo. 
Zósin insieme. 

Zìvin ! 


Egli se n' è andato. 
Bisogna andarsene subito. 
Andiamocene assieme. 
Andatevene! 


8. Nei tempi composti qualche volta usasi anche l’ausi¬ 
liare avere. 

Esempio : 

S’ aése fato tanto susuro come che Se avessi fatto tanto strepito co¬ 
te disc tu, i s’ aaràe ben descedà. me dici tu, si sarebbero ben 

svegliati. 


I VERBI NELLE PROPOSIZIONI INTERROGATIVE 


Presente indicativo. 


èse (essere) 

aé 

Ce sóne io? 

C’ èbe? 

Ci sósto tu? 

Ce àsto? 

Gì éìo el? 

Ce àio? 

Ci sóne nós? 

Ce óne? 

Ci séo vós? 

Ce aéo? 

Ci éi lore? 

Ce ai? 



pensi 


Ce pénse? 

pronunziai Ciàsto? 

Ce pénsesto? 

pron Ciàlo? 

Ce pénselo? 

pron Clóne? 

Ce pensóne? 

pron, ; Ciaéo ? 

Ce pensào? 

pron,x Oìài? 

Ce pénsi? 







78 


voré (dove 

Ce vóre? Agnò 

Ce vósto? » 

Ce vólo? » 

Ce voróne? » 

Ce voréo? » 

Ce vói? » 


andare?) 

féi (fare) 

vade? 

Ce fège? 

vasto? 

Ce fèsto? 

vàio? 

Ce fègelo? 

zone? 

Ce fegióne? 

zìo? 

Ce fegéo? 

vài? 

Ce fègi? 


Osservazioni : 

1. Qual differenza tra le voci affermative e le interrogative! 

2. Strana è la voce èbe della I persona singolare, che è eguale 
a quella del presente congiuntivo. E' questa la ragione per cui l’arn- 
pezzano, volendo parlare in lingua, dice: — Che cosa abbia? Che 
cosa abbia fatto? invece di dire: Che cosa ho? Che cosa ho fatto? 

3. La voce sóne del verbo essere è comune per la I pers. sing. 
e I pers. plurale. 

4. Nelle interrogazioni non si usano mai le forme ripetute dei 
pronomi : te, ’l, i. 

Spesso i pronomi vengono anche omessi. 

Imperfetto indicativo. 


Sèe io? 

Avée io? 

Ce pensée? 

Sèesto tu? 

Ce aéesto tu? 

Ce pensàesto? 


pron Claéesto 


Èelo el? 

Avéelo eì? 

Ce pensàelo? 

Seóne nos? 

Aveóne nos? 

Ce pensaóne? 

SeÈio vos? 

Ce aveào vos? 

Ce pensano? 


proli.: Ciaveào 


fìi lore? 

Avéi lore? 

Ce pensili? 

Ce vorée? 

Agnó zìe? 

Ce fegée? 

Ce voréesto? 

» ziesto? 

Ce fegéesto? 

Ce vorèelo? 

» zìelo? 

Ce digéeìo? 

Ce voraóne? 

» zióne? 

Ce fegiaóne? 

Ce voraào? 

» ziào? 

Ce digiaào? 

Ce voréi? 

» zìi? 

Ce fegéi? 

Osservazioni : 



i. La voce della I 

pers* sing. dell’ imp. 

ind. è eguale per tutti 


i verbi a quella della forma enunciativa. 

















79 


2. Nella III pers. sing. le desinenze aa, éa ia della forma 
enunciativa si cambiano in àe, óe, ie, coll’ aggiunta della sillaba 
lo come nel presente. 


Esempi : 


E1 louràa. 

E1 fegéa. 

E1 se vestìa. 


Louràelo el? 
Fegéelo el? 

Se vestìelo el? 


3. La prima vocale della desinenza della III pers. plur, si 
pronuncia lunga: avé...i; pensa...i; fegé...i: e per maggior chia¬ 
rezza sarebbe meglio scrivere queste tre voci con un accento circon- 


' invece dell’ accento acuto : — 

avéi, pensai, fegèi, 

■o indicativo. 




Sarèi ió?... 

Aaréi, 

louraréi, 

voréi. 

Saràsto tu?... 

Aaràsto, 

louraràsto, 

voràsto, 

Saràlo el?... 

Aaràlo, 

louraràlo, 

louraróne, 

voràlo, 

Saróne nós?... 

Aaróne, 

voraróne 

Saréo vós?... 

Aaréo, 

louraréo, 

voraréo, 

Sarai lore?... 

Aarài, '' 

lourarài, 

vorarài, 

agnó ziréi, 

» ziràsto, 

ce faréi, 

diréi io? 


ce faràsto, , 

diràsto tu? 


» ziràlo, 

ce faralo, 

diràlo el? 


» ziróne, 

ce faro ne, 

diróne nós? 

» ziréo, 

ce faréo, 

diréo vós? 


» zirài, 

ce farai, 

dirài lore? 



Osservazioni : 

1. Anche in questo tempo le aggiunte alle voci della forma 
enunciativa son le medesime: to, Io, e, o, i; soltanto nella I pers. 
sing. non c’ è alcun cambiamento : p. es. Ió aaréi fastidie. — Aaréi 
ió fastidie, ... ? 

2. Le stesse osservazioni valgono anche per il condizionale pre¬ 
sente: Saràe io? saràesto tu? saràelo el? fosasóne nós? fosasiio vos? 
sarai lo re? Da notarsi che nel condizionale presente la voce della 
III pers. plur. è eguale a quella del futuro; la vocale accentata viene 
però pronunziata più lunga. 











Zirài ìore? 
Sarai lore? 
Lourarài ìore? 
Ce farai Ìore? 
Ce dirài ìore? 


andranno"} 
saranno ? 
lavoreranno} 
che faranno ? 
che diranno? 


Zirài lore? 
Sarai lore? 
Lourarài lore? 
Ce farai lore? 
Ce dirài lore? 


andrebbero essi? 
sarebbero essi ? 
lavorerebbero essi? 
che farebbero essi? 
che direbbero essi? 


Quantunque, per ehi ha già un po’ di conoscenza del dialetto, 
non sia necessario, pure sarebbe ben fatto porre anche qui un 
accento circonflesso, invece dell’ accento grave sulla vocale a accen¬ 
tata della proposizione interrogativa nel condizionale presente, per 
distinguerla dalla proposizione interrogativa nel futuro. Vedi i 
suesposti esempi, e confronta le voci dell' imperfetto indicativo, 
3; pag. 79. 

VERBI IMPERSONALI 

Essi non hanno che la III pers. sing. senza soggetto espresso; 
però quelli specialmente che indicano fenomeni celesti, vanno accom¬ 
pagnati dal pronome el. Riguardo ai pronomi pleonastici lo e la 
apostrofati : L’ 1’. — Vedi esempi : Osservaz. 4 sull’ uso dei pro¬ 
nomi, pag. 44. 

Esempi : 


EL pióe 
El tonéa 
El lampizéa 
El pioveginàa 
El gneegàa 
Suzéde 
Importa 


piove 

tuona 

lampeggia 

piovigginava 

fiancava 

succede 

■imporla 


el tira da redós 
el tira da vento 
el lustra fóra 
el scurisce 
el saetàa 
rincresce 
spèta 


tira vento da sud 

tira vento da nord 

schiarisce 

annotta 

saettava 

rincresce 

spetta 


Esempi : 

Suzéde che chel che zérca d’im- 
broià ì òutre, tanta òtes el s’im- 
bròia el. 

L’ èa un tempo che fegéa paura: 
el saetàa, el tonàa, ra vegnìa 
zò come cordes e po’ 1’ a fenì 
con ’na tempestada. 

I rincresce a dute che a che! brào 
òn i sée suzedù eh era burta 
disgrazia. 


Succede che colui che cerca d'im¬ 
brogliare gli altri, molte volte 
imbroglia se stesso. 

Era un tempo che faceva paura : 
saettava, tuonava, pioveva a 
catinelle e poi finì con una 
grandinata. 

Rincresce a lutti che a quel bra- 
v' uomo sia successa quella 
brutta disgrazia. 





















Si 


Ce t’importa a ti? 

I speta a el a giudicà. 

A ci i tócelo féi chesto laóro? 

1 tocia a el. 

El gionfedaa tanto che i pize dei 
viìàge pi lontane i a bu da zi 
a s 1 i tói. 

El sventàa eh’ el te portàa par 
aria. 


Che (' importa ? 

Spelta a lui giudicare. 

A chi tocca far questo lavoro ? 

Tocca a lui. 

Cf era mia tormenta così forte che 
gli scolari dei villaggi più lon¬ 
tani dovettero andare a pren¬ 
derseli. 

Soffiava un vento che li portava 
per aria. 


ESEMPIO DI PARLATA AMPEZZANA, 

il quale varrà non solo a confermare le singole osservazioni fatte 
sull* uso delle voci dei verbi, ma ben anco a far vedere la pratica 
applicazione di tutte le parti del discorso. 

Imaginóse che sée ormai ’na zinquantina d’anes che ’n ampe- 
zan T èa fora del paés; e sicome el s’ a podù féi ’na bela posizión, 
un bel dì a r’insaputa el capita a Cortina, El no conósce quagi pi 
negfm; el no s’ a però desmentéà el sò dialèto, e parlando con un 
e con chel’ òutro el vién a saé tanta ròbes. El resta incanta a vede 
el gran cambiamento che r’ a fato Cortina con tante alberghe e con 
tanta ciasa nóes che i a fabricà. El no lenisce pi de loda i sò com- 
patriotes eh’ i a savù féi da so posta e i a sempre lourà de bon 
saó, a svilupà un’ industria che ra i dà da vive a duto el paés, se 
pó di’ : r‘ industria del concorso dei forestière. ’L a po’ vedù che 
i é stade anche bòi de tegnì òuto el gnòn d’Ampezo par chel che 
riguarda tante outre laóre, spezialmente chi da falegname, e, in 
forza de ra scora industriale, anche chi pi delicate e piés de bon 
gusto artistego, d’intarsio e de fèr batù. 

E ce bela stràdes par doto! e finamài ( persino ) el tran eletrico 
da r’ Anténa (Dobbiaco) a Pieve e rà teleferica che inze pòche me- 
nute ra te por hi par aria su in Crèpa! 

Ma — ’l é costreto a di’ — dute ste bièi cambiamente i no 
saràe mìa ancora, se no fose sta ra guèra, che insieme a ra reden- 
zión, ra i a dà al paés anche un òutro indirizo in tanta robes. 






82 


L’é da pensa eh’el non èbe spietà, tanto anche a zi a féi ’na 
visita al porteà, parcé che I’ aarà anche el tante parentes e cono- 
scentes inze chéra tera benedeta. Anche la ’na roba nova: el porteà 
al dopio pi gran e pi bel co r’ entrata a setentrión vès el ciampanin 
e con una capèla nóa 1 ). E là., pòco pi in da lónze {più lontano), ce 
védelo? ’na gran piaza, agnó eh’ i tèse ogni sorta de divertimente 
par i forestiere, d’istade e d’inverno; inze mèzo Revis (n. loc.) ra 
scòra industriale, propio inze chel isteso posto agnó eh’ el se recorda 
che 1’ èa ra ciaseta del bersaglio. 

El resta però desgustà de ’na roba. Inze piaza, che adès ra 
porta el bel gnón de piaza Roma, el vede ch’i a ancora ra scora 
vèces, eh era ciasóna agnó che 1’ a impara anche el 1’ abezé, che a 
chi tempe 1’ èa ’na bela ciasa, ma che adès no ra coresponde pi. 
El se volta a chi dói che 1! èa con el e ’l i disc : — « Duto bel, duto 
bón; ma, benedéte, cà non aé fato nuia! El paés, col svilupo che 
’1 a ciapà, ’l a bisòin d' un fabricato nóo pa ra scòres, betù inze 
’na bela posizión, agnó che non é disturbe de negùna sorte e che 
non é pericolo che ra faméa ( nome coll. — fanciulli) viéne rovinàda 
da calche automobile: ’l a da èse gran, pien de aria, pian de luze, 
e ’l a d’ aé duto chel che sta ben pa ra polizìa e pa ra salute. Ra 
scòres, se se vo ch’ i pìze {fanciulli) i vade inze vorentiéra, eh’ ì 
staghe là con amor e ch’i viene istruide e educade polito {bene), 
es a da èse par lore un paradìs. Anche bèles, sci; senza gran luso, 
ma bèles e inze mézo a un bel piazàl zircondà da brasciói ( alberi ) 
e da ères ( aiuole ) piénes de tante biéi fiore, agnó ché ra faméa pó 
sontìi e giambordì {divertirsi movendosi ) e féi anche ginastica coi só 
maestre. Io éi stà da tanta bandes e éi vedà pi d’ un paés, tanto 
pi indilo del nòsc, ma che però dule i aéa.scora supèrbes». — Aé 
región da vénde, ma vó èse tante sòde — i digéa chi outre dói — 
par féi duta sta ròbes! — « Ah quanta par i sòde! sòde gin n’ é ben; e 
Ampezo el no se farà zèrto vardà drio a spende chel che vó èse par 
abelì ancora de pi Cortina con un fabricato scolastico eh’ el i fège 
dì’ ai forestiere: — Se vede che i Ampezane i pensa polito anche 
par istruzión e pa r’ educazión d’i sò fiói. Brave! — Inze sta scora 
nóes saràe ben fato che fóse betù in atività una bela biblioteca no 
soltanto par i pìze da scora, ma pa ra zoventù e par dute; ma 1’ é 


*) Progetto dell’ ing. Giulio Apollonio. 























sa 


da sta atente che i libre i sée dute biéi e spezialmente bòi. I libre 
i pó féi tanto del ben, ina anche tanto del mal, s’i non é stade scrite 
con bòi prinzipie morale e religióse». — «Riguardo po’ a ra ciasa 
vecia, co 1’ andamento d’ ancuoi inz’ el paes, rf a sempre un gran 
valor; e i industriantes d’Ampezo, za che r’ é in vendita, i non aaràe 
da se lascià scampà sta bona ocasion e i doaràe ciapà inze lore con 
coragio : compràra, ingrandì a pianteren r’ Esposizion dei so bìei 
ladre, e ridùge chi outre pianes in quartiere còmode, eh’ i saràe 
de gelosìa, parcé che a Cortina 1’ é scarseza de abitazìós; opura féi 
locai par outre scope. Ce ve par? » 

— Son d’ acordo, ma 1’ è sempre oliera malignala quistion d’i 
sode che fèsc paura. 

— « Coragio vó òse e po’ ra va sci : e i non aaràe zerto da 
se pentì ». 

Cosci ciacolando i é ruade ( arrivali ) davante ra ciasa de chi 
de Tomàsc che r’ a su ra fazada de mezodì e de levante duta chera 
bela pitures i) 2 ). Chel ampezan el non a podù féi de manco de se ferrnà 
’na fre’ a ’s vardà con gusto; ma, a vede che ca e là es scemenza a 
se scrosta, — « ce pecà » — ’l a dito — « eh’ es viene cosci trascu- 
rades! Roba d’ arte in Ampezo, a di’ ra verità, ghi n’ on poca, ma, 
chera che 1’ é, se é in dover de ra conserva. A proposito de roba 
d’arte éi vedù ina roba nóa inze gegia de ra Madona: un taber¬ 
nacolo fato anche da ’n ampezan, dal vecio Nert 3 }, che ió éi cono¬ 
sciti polito. ’L èa un bon on; el s’intendéa par duto; e par ’na roba 
o par outra, cari eh’ i se vedéa ’na fre’ intrigade, dute i zia 
dal Nert». 

Duto chel che 1’ é sta dito da sto ampezan, vegnù dapó tante 
anes ci sa da agnó, e duta r’ oservaziós eh ei betù zò ió, aara bastà, 
credo, a féi capì che el dialeto ampezan, se ’l a — 1’ é véro — anche 
inz’ i verbe de ra paròles ’na fre’ durétes, el non é pó tanto difizile 
come che se credaràe de primo entro. 


i) Casa Ghcdina, Presentemente casa Mayer. 

■ ì ) Età dell’uomo dalla fanciullezza alla decrepitezza, arti belle e 
meccanica. Son del pittore Giuseppe Ghedìna, morto verso la "fine del 
secolo scorso, che lasciò altri lavori di gran pregio artistico in Ampezzo 
e altrove. 

a) Angelo Apollonio Nert, intagliatore e indoratore, morto di 78 
anni nel 1898. 







84 


H AVVERBI 


Avverbi semplici e avverbi composti o modi avverbiali. 


1. Avverbi di affermazione* 


sci, ai 
zèrto 
de zèrto 
par zerto 
certamente 
de zèrto e 
de segùro 


si 

certo 
dì certo 
dì certo 
certamente 


segùro 
de segùro 
senz* o utro 


sicuro 
dì sicuro 
senz 1 altro 


senza dubio senza dubbio 
di certo e di sicuro segtiramente sicuramente 


pròpio 
senza falò 
mangàre 
in fati 
defato 

Esempi : 

Sci, sci; vieno de segùro* 

Te pós sta zerto che ió no parlo 
con negùn. 

Sósto stà a mesa e ci élo sta a 
predici# — Sci, son stà a mesa 
de res oto e 1 é stà T pioàn 
a predicà. 

No saràelo stà mèo che te fóses 
vegnù anche tu? — Mangàre! 
che no me saràe suzedù chel 
borio afàr. 


■ proprio 
senza fallo 
magari 
infatti 
difatto 


Sì, sì: vengo sicuramente , 

Tu puoi star certo ch'io non 
parlo con nessuno. 

Sei stato alla messa e chi è stato 
a predicare? ■— Sì, sono stato 
alla messa delle otto ed è stato 
il parroco a predicare , 

Non sarebbe stato meglio che fos¬ 
si venuto anche tu? —- Magari! 
che non mi sarebbe successo 
quel brutto affare. 


Osservazione : 

L’avverbio sì della lingua, in bocca all 1 ampezzanò, ha un 
suono aspro marcatamente sibilante. 


2, Avverbi di negazione* 


nò 

nó 

non 

mìa 

par nòia 


no 
non 
non 
mica 
per nulla 


gnénte afato 
gnanche par idèa 
gnanche da vede 
gnanche par insogno 
gnanche par nòia 


niente affatto 
neanche per idea 
neanche per idea 
?iemmen per sogno 
per nulla affatto 






















85 


Esempi : 

Io no son gnente afato persuaso 
che r’ al egre za de ra zen te catta 
ra sée sfnzéra. 

Azétesto sta condizios? — Gnan= 
che par insogno! Ce te pen- 
sesto? 

No voi insavé de tanta monades! 

Ra non a ancora parecià da sòlar. 

E1 no sin va pi a ciasa chel pan- 
dòlo. 

Can che '1 s’a betù a pióe, es 
non aéa ancora fenì de sturtà 
sù l’outigói. J ) 

No t’ as mìa tempo da bicià via. 

I no vo feì giudizio chi là. 


Non sono niente affatto persuaso 
che Vallegrezza dei malvagi sìa 
sincera. 

Accetti queste condizioni? — 
Nemmen per sogno. Che cosa 
pensi? 

Non voglio saperne dì tante scioc¬ 
chezze! 

Non ha ancora preparata la co¬ 
lazione. 

Non se ne va più a casa quel 
macacco. 

Quando cominciò a piovere , non 
avevano ancor finito di racco¬ 
gliere il fieno. 

Non hai tempo da gettar via. 

Quei là non vogliono far giudìzio. 


Osservazione : 

In alcuni di questi esempi vedesi che, se. 1’ avverbio nó (non) 
è seguito da una parola che incomincia per vocale, si pronunzia 
colla forma intera : non. 


3. Avverbi di dubbio. 

se, se mai; fòsc {forse), zirea, a F inzirca, provabilmente, près 
a pòco, a un di prèso, posibilmente. 


Esempi : 

Zi da lore che fase ve podé com¬ 
binò. 

Son zùde a ra fièra de Burnéco e 
ón mena a ciasa zirca trenta 
bèsties. 

Se mai el vegnìse, di’ cb’el me 
spiéte. 

— Pres a poco ce diràesto che ra 
pó varé sta mobilia? 

— Eh, r’ è de ziérmo! Se pódaràe 
otri a F inzirca 180 Lires. 


.A ndate da loro che forse potrete 
combinarvi. 

Siamo andati alla fiera di Jìrv- 
nfco e abbiam. condotto a casa 
circa trenta animali. 

Se mai venisse, di' che m? aspetti. 

- Quanto diresti che può valere 
pressappoco questa mobilia? 

— Eh, è dì cirmolo! Si potrebbe¬ 
ro offrire all' incirca 180 Lire. 


>) autigoì - secondo fieno. 







86 




4. Avverbi di luogo. 

ca qui 

casù quassù 
cazò quaggiù 
caìnze qua dentro 
càfòra qui fuori 
su su 

su òuto su in alto 
drìo dietro 

là inze là dentro 

là fòri là fuori 

par de là per di là 

inze là là dentro 

fòra fuori 

a neó in nessun luogo 

agnó dove 

intrà frammezzo 

Esempi : 

Stàtin caìnze. 

Tìrete pi pède. 

Agnó vasto? — Agnó che vói. 

R’ éi betùda in pó fornài che ra 
se sùie fòra. 

Al dì d’ ancuói ra nostra zoventù 
ra viaza tanto : zerta tóses es 
va in dalonze, finamai in In- 
ghiltera e anche in America 
par s’imparà V inglese eh’ el 
i va tanto ben, can eh’ es toma 
in ca a lourà inz’ un hotel o 
inze calche famiglia de sci óre. 

Chel pór sciór tedesco a vegnì zò 
da ra eroda ’1 é tomà propio là 
in tra i crèpe e 1 s’ a copà. 

El ’1 a da sta cainze a lourà e 
tu t-’as da zi là fora. 


par de ca 

per di qui 

ca e là 

qua e là 

là 

là 

lasù 

lassù 

lazo 

laggiù 

zò 

già 

zò bas 

già basso 

tra 

tra 

pède 

v ir ino 

da vegìn 

da vicino 

so te 

sotto 

soia 

sopra 

d avente 

davanti 

daòs 

di dietro 

pó 

dietro 

in pó 

dietro 


Staitene qua dentro. 

Fatti più vicino. 

Dove, vai? — Dove voglio. 

L' ho messa dietro il fornello per¬ 
chè $’ asciughi. 

Al giorno d' oggi la nostra gio¬ 
ventù viaggia molto : certe ra¬ 
gazze vanno lontano, persino 
in Inghilterra e anche in Ame¬ 
rica per apprendere V inglese 
che torna loro tanto utile, 
quando ritornano a. lavorare in 
un albergo o presso qualche 
famìglia di signori. 

Quel povero signore tedesco di¬ 
scendendo dalla montagna, cad¬ 
de proprio tra le rocce e s'uccise. 

Egli deve star qui a lavorare e 
tu devi andare là fuori. 


Osservazione : 

In Ampezzo c’è qualche nome locale composto d’un nome e 
dell’ avverbio pó = dietro; p. es. : 

Pocòl — dietro il colle; Pomagagnón = dietro la magagna, 
luogo paludoso una volta; Potór = dietro la torre. 
















5. Avverbi di tempo. 

adès adesso 

ora presente al presente 

ancuói o aricói oggi 

al di W ancuói ài giorno d * oggi 
ignante prima 

’na fre* ignante un po' prima 
aiòlo l ) subito 

ancói otto oggi a otto 

ancói eh'mese oggi a quìndici 
ean quando 

có quando 

sempre sempre 

dinprin = dé in prin d’in prin 

Esempi : 

Pósto vegni aiòlo o viesto pi tar= 
de ? — Viéno aiòlo. 

Besén che vade eh 1 i me spi età; 
sanin dapò. 

Davantiére el stagéa mài, anséra 
*na fre s mèo, ancuói el par 
eh 1 el sée fòra de pericolo. 


da qui a mi po' 
domani 
posdomani 
ieri 

a cantieri, ter V altro 
ieri sera 
V indomani 

allora 
tardi 
dopo 
buon 1 ora 
per tempo 


Puoi venir subito o vieni piò tar¬ 
di? — Vengo subito. 

Bisogna che vada chè né aspet¬ 
tano; fi sai?/lo (vi saluto), 
ler r altro slava male , ieri sera 
un po' meglio, oggi sembra 
fuori di pericolo. 


ca de T na fre' 
domàn 
daòsdomàn 
agnére 
davantiére 
anserà 

da P indoman 

alóra 
tarde 
dapò 
bonóra 
par tempo 
dapprima 


5. Altri avverbi di tempo. 

mentre mentre 

de continuo di continuo 

intanto intanto 

*na òta una volta 

calcile òta qualche volta 

quanta òtes quante volte 

de ra òtes alle volte 

el pi de ra òtes il più delle volte 

za già 

za e za poco tempo fa 

a ra fin alla fine 

Esempi : 

In chera eh 1 el voréa parli, *1 é 
toma zò bas eie resta morto. 


in chera 
mai 

finalmente 
de spés 
ogni tanto 
vota par vota 
de raro 
rara òtes 
oramai 
a ra lunga 
za tempo 


in quella 
mai 

finalmente 
di spesso 
ogni tanto 
volta per volta 
dì raro , dì rado 
rare volle 
ormai 
alla lunga 
tempo fa 


In quella (mentre) che voleva 
parlare T cadde a terra e restò 
morto . 


x ) Qual mai sarà V etimologia di questa parola? 











88 


Inze cherii burta zircostanza, ora 

chesto ora chel emiro, vegnìa 
sempre calchedun a me do¬ 
manda ùlgo. 

Có no te vós vegnì, ziréi solo. 

Có te digo ió, te pós sta’ segùro! 

Za e za el paréa eh’el sin zìse 
coi pès in su. 

De ra òtes, no se sa mai!... 


In livella brutta circostanza, ora 
questo ora quell' altro, veniva 
sempre qualcheduno a doman¬ 
darmi qualche cosa. 

Qualora tu non voglia venire, 
andrò solo. 

Quando te lo dico io, puoi star 
sicuro. 

Tempo fa pareva eh' egli fallisse. 

Alle volte , non si sa mai!... 


Osservazione : 

Per indicare l’ora precisa si usa la preposizione da e non a. 
(Vedi osserv. 6 sulle prep. artic. pag. 16). 


Esempi ; 

Da ce ora rùelo coi cavai? 

Darcs oto, credo. 

Da ce ora sòni mesa prima? 

D’inverno dares sié; d’istade 

dàres zinche. 


A che ora arriva coi cavalli? 

Alle otto , credo. 

A che ora suonano la prima 
messa? 

D'inverno alle sei; V estate alle 
cinque. 


6. Avverbi di quantità. 


tropo 

frappo 

solo 

solo 


pi 

pii/. 

solamente solamenfe 

ou irò tanto altrettanto 

manco 

meno y mancò 

soltanto 

solfatilo 

parte parte 

’na fre’ 

un po' 

ancora 

ancora 

in parte in parte 

’na gota po' 

(per liquidi) 

tanto 

tanfo 

gran parte gran parte 

masa 

frappo 

quasi 

quasi 

ra pi part eia maggior 
parte 

aséi 

ah bastanza 

a boatóri 

a bizzeffe 

del duto del tutto 


Osservazione : 

L’avverbio ’na fre’ ( briciola ) vale per corpi solidi; ’na gota 
(goccia), per corpi liquidi. 

Esempi : 

Gì che pi magna, manco magna. Chi più mangia, manco mangia. 

Chel fioléto ’l é ben tropo invizià! Quel figlioletlo è ben troppo invi¬ 

zialo! 



















89 


’L é bón sto vin; damin ’na gota 
de pi. 

Te préo, va ’na fre’ pi pian, par- 
cé che stento a caminà. 

’L é ’na fre’ furiós, ma òutrotam 
to pi bon del sò compàin. 

No in vói pi: ghin éi magnà aséi. 

I porta inze ra roba a boatón inze 
eh era ciasa. 

No én fora nuia de chel là : ’ì é 
del duto senza inzégno. 

L’ èa bel stà con lo re; soltanto 
eh’ i éa ’na fre’ masa capri- 
zióse. 

Ve préo, mare, dagéme ancora 
doi o tre carafoi, *) eh’ i me sa 
tanto bòi. 

L’ a guadagna tante sode, ma in 
gran parte el i a consumade, 
parche ’l é sia tanto digrazià, 

Chel là ’l é ’n brào artegian, ma 
so fardèl ’l é ancora p) brao. 


E' buono questo vino; dammene 
un po' di più. 

Ti prego, va' un po' adagio, per¬ 
chè stento a camminare. 

E’ un po' furioso , ma altrettanto 
più buono del suo compagno. 

Non ne voglio più : ne ho man¬ 
giato abbastanza. 

In quella casa porlan dentro la 
roba a bizzeffe. 

Di quello Vi non vien fuori nulla : 
è del tutto senza ingegno. 

Era bello star con loro; soltanto 
erano un po' troppo capricciosi. 

Vi prego , mamma , datemi ancora 
due o tre frittelle, che mi piac¬ 
ciono tanto. 

Ha guadagnato tanti denari, ma 
in gran parte li ha consumati, 
perchè è stato tanto disgraziato. 

Quello lì è un bravo artigiano, 
ma suo fratello è ancora più 
bravo! 


7. Avverbi di modo, di ordine e di eiezione. 


cosci 

come 

cemódo s ) 

siccome 

de bon saó 

apòsta 

debàn 

zertamente 

a ra taliana 

a ra pi desperada 

drio man 

anzi 


così 

come 

come; in che modo 

siccome 

di buona lena 

apposta 

gratuitamente 

certamente 

all' italiana 

alla più disperata 

man mano 

anzi 


1 ) Dal tedesco Krapfen. Nel dialetto trentino: grostoi. 

2 ) Nelle interrogazioni si usa l’avverbio : cemódo, composto di : 
ce modo, forma ellittica di : in ce mòdo - in che modo. — Cemódo si 
pronunzia coll’ ó chiuso; in ce mòdo coll’ ò aperto. 

7 B, Apollonio - Grammatica dialetto Ampezzano „ 












90 


bén 

bene 

bòna bòna 

buono buono 

mal 

male 

vorentiéra 

volentieri 

bón 

buono 

de bòna vóia 

di buona voglia 

da me posta 

da mia posta 

a sanfasciòn 

alla rinfusa 

a ra bòna 

alla buona 

de buriàda 

in fretta 

a ra morlàca 

alla carlona 

in malóra 

alla malora 

fazilmente 

facilmente 

a r’ ampezana 

aW ampczzana 

a ra tedesca 

alla tedesca 

a ra vècia 

alla vecchia 

a ra mèo 

alla meglio 

a ra pèzo 

alla peggio 

'ita fre’ a ra 

òta un po' alla volta 

malamente 

malamente 

de scondón 

un co T outro 

di nascosto, di 
straforo 

vicendevolmente 

pitòsc 

piuttosto 


Esempi: 

Ce pòco orditi che I* a cliel mar- 
zòco: l ) el bicia là duto a ra 

sanfasciòn. 2 ) 

Séo zùde ben st’ an co ra cam¬ 
pagna? — Col fén e col grano 
non è sta mal, ma i pestorte i 
a bicià pòco. 

In tanta róbes I’é mèo zi a ra 

vecia. 

El tende là Tita : el sin va tlrio 
man e con órdin, e èl finisce i 
so laóre mèo de chi óutre. 

Quanta òtes non àio lourà debàn 
par chi ingrate! 

Pitòsc che spende ì sode mala¬ 
mente, 1’ é mèo féi carità. 

Inze chera famiglia va duto à ra 

pèzo. 


Che poco ordine che ha quel ra- 
gazzo; bulla tulio là alla rin¬ 
fusa. 

Siete andati bene quest ’ anno col¬ 
la campagna? — Col fieno e col 
grano non c' è stalo male, ma 
le patate kart, fruttato poco. 

In tante cose è meglio andare 
alla vecchia. 

Ballista è assiduo; fa una cosa 
dopo V altra e con ordine, e 
finisce i suoi lavori meglio de¬ 
gli altri. 

Quante volte non ha egli lavorato 
gratuitamente per quegl' in¬ 
grati! 

Piuttosto che sprecare il denaro, 
è meglio far carità. 

In quella famiglia va tutto alla 
paggio. 


- Bori dì; cemódo vara? 

- Ben, grazie. E tu cemódo te 
ra pàsesto? 

- Eh, non é mal. E cemódo fe- 
gióne riguardo a chel afar? 


— Buon giorno. Come stai? 

— Bene, grazie. E tu come te la 
passi? 

— Eh, non c' è male. E come 
facciamo riguardo a quell' af¬ 
fare? 


’) marzóco-. uomo grande e grosso, ma buono a nulla. 
-) Dal francese: — sans facon. 













91 


— Cemódo ? L’ é da discóre sun 
chera roba! Se ciatarón n’ ou- 
tra ota. Adès besén che vade. 
San in dapò. 

— Te saludo. Son intendude! 


~ Come? C' è da discorrere su 
quella cosa. Ci troveremo un'al¬ 
tra volta. Ora devo andare. 
,4 ddio. 

- Ti saluto. Siamo intesi. 


1. Osservazione. — Il comparativo degli avverbi si fa cogli 


avverbi pi e manco. 

Esempi : 

In generai ra pìzores es impara 
a liése pi presto e pi ben d’i 
pìze. 

E1 T é manco intriga de te. 


In generale le ragazze imparano 
a leggere più presto e più bene 
dei ragazzi. 

Egli è meno impaccialo di te. 


2. Osservazione. • — Oli avverbi: ben, mal fanno nel com¬ 
parativo: mèo, pèzo. 

Esempi : 

Elo de mèo tò pare? — E1 sta Sta meglio tuo padre? — Sta ben 
ben mèo, grazie; ma chel por meglio, grazie; ma quel povero 
Tàno inveze ’ì é de pèzo. Gaetano invece sta peggio. 

Succede spesso che gli alunni, volendo esprimersi in buona 
lingua, dicono, p. es., traducendo letteralmente dall’ampezzano : 
— Oggi mio fratello è di meglio (T é de mèo) ; mio nonno invece è 
di peggio (r’é de pèzo). — Un poco di meglio, signor maestro!... 


3. Osservazione. — Le frasi : mettere tutto a soqquadro; far 
disordine; diportarsi male; l’ampezzano le esprime così: — féi 
duto ’n registro. 


Esempi : 

L’é duto un registro inze sta 
stùa! 

Chi pize i a fato duto hi registro 

inze orto! 

Agnére che I’ èa festa chi tóse i 

a fato duto un registro. Ver¬ 
gogna! 

Ce registro 1 No se sa agno empii 
inze a féi 'na fre’ de ordin. 


E' tutto a soqquadro in quella 
stufa. 

Quei ragazzi han fatto un gran 
disordine nell' orlo . 

Ieri cIr era festa quei giovani si 
son diportati male. Vergogna! 

Che disordineI Non si sa dove co- 
mmkiare a fare un po' di ordine. 






92 


I PREPOSIZIONI 


1. Preposizioni semplici: 

de a da in inze con par su fra tra 

2. Preposizioni articolate. (Se n’ è parlato a pag. 15). 

3. Altre preposizioni, che di lor natura sono avverbi o modi 
avverbiali : 

contro sora inze davante daòs prima derimpèto 

fora davegin pède (vietilo), vès o verso de faza, 

Esempi : 


Ra sin é zuda fora de camera 
propio inze sto momento. 

Me fidi el vegnirà vès ra metà 
del més che vien. 

Zón incontro a pare che ’1 a da 
ruà da bdsco con ’na liósa de 
légnes. 

Derimpèto a ra me ciasa i a 
fabricà un gran albergo. 

Chera fémena ra s’a scentà pède 
mare e ra i a contà ra sò 
pasids. 

Son zu in portiscidn e davante 
a me l’éa che! che portàa el 
confardn. 


E' uscita dì camera proprio in 
questo momento. 

Mio figlio verrà verso la metà 
del mese venturo. 

Andiamo incontro al papà che 
deve arrivare dal bosco con 
una slitta di legna. 

Dirimpetto alla mia casa han 
fabbricato un grand' albergo. 

Quella donna si sedette presso 
la mamma e le raccontò le sue 
passioni. 

Andai in processione e davanti 
a me c' era quello che portava 
il gonfalone. 


Osservazione : 

Queste parole che indicano relazione van accompagnate sovente 
da preposizioni semplici : — verso de; derimpeio a; incontro a; 
sora de; ecc. 


L. CONGIUNZIONI 


Vi sono congiunzioni proprie e congiunzioni improprie. Queste 
ultime sono formate da avverbi o frasi avverbiali. 


proprie: 

e nè ma però o se 

improprie; 

dapò che 


che 


anzi pur donca 


de modo che 


vale a di’ 




















93 


Le congiunzioni possono essere: 

1. copulative: 

e che anzi oltre de chesto anche ancora 


Esempi : 


Vittorio 1’ èa un bón e un brào, 
anzi se po’ di’ che ’l èa un 
fiól esemplare. 

A féi sta burla vita te t’ as ciarià 
de debite e oltre de chesto te 
t’ as rovinò anche ra salute. 


Vittorio era buono e bravo, anzi 
sì può dire eh ’ era un figlio 
esemplare. 

A condur questa brutta vita li 
sei caricato di debiti e oltrac¬ 
ciò ti sei rovinata anche la 
salute. 


2. negative: 

né gnanche ( neanche , nemmeno). 


Esempi : 

Al mal fato no se po’ rimediò 
nè con sospire, nè con lagri- 
mes. 

No t’as da féi ste discorse diso¬ 
neste gnanche par scherzo. 


Al mal fatto non si può rimedia¬ 
re nè con sospiri nè con la¬ 
grime. 

Non devi far questi discorsi di¬ 
sonesti nemmeno per ischerzo. 


3. avversative: 

ma però seanche ( quantunque ) con duto chesto pur 

pura epura. 


Esempi : 

Chel bón vècio 1* a vorù zi a mes¬ 
sa seanche Fé cosci fiédo. 

Ii '1 a sempre fato el so dover; 
con duto chesto i Fa tratà 
mal. 

’L é ’n òn brao fin che te vos, 
ma ’l é ’na fre’ mesa ambi- 
ziós. 

Ancói 1’ é un dì fiédo; però el 
non é cosci crudo come agnére. 

Te me digées che ’1 é ’na fre’ 
poìtron; epura, besén che di¬ 
ghe che fin adès el s’a fato 
vede premurós. 


Quel buon vecchio ha voluto 
andare atta messa quantunque 
sia così freddo. 

Egli ha sempre fatto il suo do¬ 
vere; con tutto ciò V han trat¬ 
tato male. 

E' tm brav' uomo fin che vuoi, 
ma è un po’ troppo ambizioso. 

Oggi è un giorno freddo; però 
non è così crudo come ieri. 

Mi dicevi che è un po' poltrone; 
eppure devo dire che finora si 
fece vedere premuroso. 






94 


o 


4. disgiuntive: 

opura. 

Esempi : 

Par amor o par forza besén che 
te te piéghes a féi come eh’ el 
vo to pare. 

Una de ra dóes: o che te cam- 
bies vita o che te mando via. 

Scemènza chesto ladro, ©pur fe- 
nisce chel là prin; par irte l’é 
istéso. 

5. dichiarative: 

cioè vale a di’ (vale a dire) 

Esempi : 

L’é zerto ’na gran fortuna par 
el paes, se i tóse i é sane, fortes 
e biei, mai a da èse anche boi, 
vale a di’ ben educade, parcè 
eh’ el bel e chesoutra qualitàs 
del corpo col crésce d’i anes 
es sin va, mentre ra bela vir- 
tùs del cuór es pó dura sem¬ 
pre. 

Cosci ra no pó zi, no : 1’ e da se 
remenà ’na fre’ : cioè t’ as da 
leà pi bonora e t’ as da lòurà 
de bón saó come eh’ i a da 
féi dute. 

6. causali; 

parche perchè; parcè? perchè?; 

poiché; chè chè. 

Esempi : 

Parcè i asto dà ’na mazoràda zo 
pa ra testa? 

Parcé che ’ì min digéa duto 
una J ). 


Per amore o per forza Insogna 
che li pieghi a fare come vuol 
tuo padre. 

lina delle due : o che cambi vita 
o che li licenzio. 

Incomincia questo lavoro, oppu¬ 
re finisci, quello lì prima; per 
me è lo stesso. 


Ti certo una fortuna per il pae¬ 
se , se i giovani sono sani, forti 
e belli, ma devon essere anche 
buoni , vale a dire bene edu¬ 
cali, perchè il bello e le altre 
qualità del corpo coll' aumen¬ 
tar degli anni sen vanno, men¬ 
tre le belle virtù del cuore 
possono durare sempre. 

Così non può andare : bisogna 
muoversi un po' : devi cioè 
alzarti per tempo e lavorare di 
buona lena come denon far 
tutti. 


parcé che perchè; za che giacché. 


Perchè lo hai percosso colla bac¬ 
chetta sulla testai 
Perchè me ne diceva d' ogni co¬ 
lore. 


') Strane le frasi: — El min disc duto una; el min fèse duto una. 




















95 


No podón tirà in avante a sta 
condiziós, parcé eh’ i paga ma- 
sa pòco e i laóre i é masa grève. 

Za che son vegnùde in parla¬ 
mento, éi da te di’ anche che- 
sta; — Chel bel mus,..! 

Parcé piànzesto? — Eh, se te 
saéses parcè!... 

7. conclusive: 

donca dunque; de modo che di 

perciò; sichè sicché. 

Esempi : 

Ci che se scusa, se cusa. Anche 
eì el se scusàa ignante eh’ i 
domandase aìgo : donca te vé- 
des che ’l colpevole ’l aéa da 
èse el. 

Ra tera ra zira intorno al sol 
piegada de 23.5°, de modo che 
can che Té dì al polo nord, 
l’é nuóte al polo sud. 

No i me spiéta mia, veh; par che= 
sto l’è da se sentreà e móe 
aiòlo. 


Non possiamo tirare innanzi a 
queste condizioni, perchè pa- 
gan troppo poco e i lavori son 
troppo pesanti. 

Giacché siamo in argomento , de - 
vo dirti anche questa : — Quel 
brutto tipo...! 

Perchè piangi? — Eh, se tu sa¬ 
pessi perchè!... 


modo che; par chesto per questo, 


Chi sì scusa, s'accusa. Anch' egli 
si scusava prima che gli do¬ 
mandassi qualche cosa: dun¬ 
que vedi che il colpevole do- 
vea esser lui. 

La terra gira intorno al sole in¬ 
clinata di 23.5°, di modo che 
quando al polo nord è giorno, 
è notte al polo sud. 

Non ci aspettano mica , ve'; per¬ 
ciò bisogna spicciarsi e partir 
subito! 


8. finali: 

afinchè affinchè; parche perchè. 


Esempi : 

Anche in Ampezo ón tante biéi 
proverbie, e i nòstre véce i a 
fate, parchè podóne profità, 
de ra sò esperienzes 
El pioàn ’l a fato sonà ra mesa 
granda ’na fre’ pi bonora, 
afinchè i contadìs i podése aé 
pi tempo a sturtà su el fén. 


Anche in Ampezzo abbiamo tanti 
bei proverbi, e i nostri vecchi 
lì han fatti, perchè possiamo 
profittare delle loro esperienze. 

Il parroco fece suonare la messa 
cantata un po' più di bon' ora, 
affinchè i contadini potessero 
avere più tempo a raccogliere 
il fieno. 


Osservazione : 

Usasi quasi sempre la coniugazione finale: parchè. 






96 








9. condizionali; 

se se mai purché 
Esempi : 

Fègio vorentiéra calche sacrifi¬ 
zio, purché el viene da algo. 

Ió te confido sta roba, a pato che 
no te dìghes nuia a negfm. 


a pato che. 

Faccio volentieri qualche sacrifi¬ 
cio , purché diventi qualche cosa. 

Ti confido questa cosa a patto 
che tu non dica nulla a nes¬ 
suno. 


qualora 


10. eccettuative; 

forché fuorché; outro che altro che , fuorché. 
Esempi : 


El Signor ’L i perdonàa a dute, 
forché ai ipòcrite. 

A chéra riunión i èa sfade invi- 
dàde dute chi de ra viginanza, 
outro che chel pór diòu che *1 
é sempre impetescià. 


Il Divino Maestro perdonava a 
tutti, fuorché agl' ipocriti. 

A (quella riunione erano stati in¬ 
vitati tutti quelli della vici¬ 
nanza, fuorché quel povero 
diavolo eh' è sempre alticcio. 


il. di luogo; 

agno che dove che. 

Esempi : 

Inze ‘na botéga agno che non è 
ordin, va duto a ra pézo. 

I pize i no pò sta sane inze chera 
scòres agnó che mancia r* aria 
e ra luze. 


In un laboratorio dove non c' è 
ordine, va tutto alla peggio. 

I ragazzi non possono star sani 
in quella scuola dove manca¬ 
no aria e luce. 


12. temporali; 

intanto che intanto che; dapò che dopo che; ignante che o prima 
che prima che; apena che appena che; finché finché; fin a tanto 
che fino a tanto che. 


Esempi : 

Ignante eh' el viene, parécete. 

Dapò che ’1 non é pi zù con 
chera catìa compagnìes, el s’ a 
duto cambià. 

Mare, bon’ anima, ra me fegéa 
di’ su r’ orazios intanto che ra 
pariciàa da zéna. 


Prima che venga, preparati. 

Dopo che non andò più con 
quelle cattive compagnie , s'è 
tutto cambiato. 

La mamma, buon ’ anima, ci fa¬ 
ceva recitare le orazioni in¬ 
tanto che preparava la cena. 


























97 


M. INTERIEZIONI 


1. Interiezioni proprie. 

ah oh ahi ohi ehi eh 
Esempi : 

Pili ! par féi chel tanto là son 
bón anche ió. 

Uh, ce ’na catìa che r’ é ehera 
fémena! 

Ah, éi tanto a caro! 

Eh, chel là non é mia d’i nostre! 

Oh! ce ladro che t’as fato ca!... 
No te vargógnesto? 


ih uh pìh = -puh. 


Puh! per far quel tanto là sona 
capace anch'io. 

Uh, corri è cattiva quella donna! 

Ah, sono tanto contento! 

Eh, quello lì non è mica dei no¬ 
stri! 

Oh, che lavoro che hai fatto qui!... 
Non ti vergogni? 


2. Altre parole che si usano a guisa d’interiezione. 


bèni 

ben, ben! 
bòna, bòna! 


bene 

bene , bene 

» i> 


brào! 

ce bèl! bèl! 
uh, ce fuga! 
ce un (pron.cwji) 
benedeto! 
oh, ce gusto! 
uh, ce dolor! 
maladeta! 
pòh! 

poh, te digo! 


bravo 

che beilo! bello! 
uh, che spavento l ) 

che benedetto 
oh, che gusto 
uh, che dolore 
maledetta 
poh 

ma ti dico 


animo, via! 
oh, ce pecà! 
via de ca! 
veli! 


animo, ma 
oh, che peccalo 
via di qua 
ve’, veli 


caspita! caspita 

parèse ! paròu tro ! peraltro 


eh, dioulol 
via de là! 
guai! 

in malora! 
va a l’inferno! 
uh, ce’narabia! 


eli. diavolo 
via di là 
guai 

in malora 
va' all' inferno 
oh, che rabbia 


quante! - quanta! - quante! — Si dice anche: — ce de...! 


beato tu! beatole 1 poerétaio! povera me'> 

poerét-o ió ! povero me j ' beata tu ! beata le ] 


Osservazione : 

Quando in un pensiero esclamativo si vuol esprimere meravi¬ 
glia riguardo alla quantità di certe cose, invece dell’ agg. indie. : 


1) Colla parola fuga il dialetto nomina 1- effetto per la causa, 

2 ) Si vede che il dialetto invece di usare la forma dell’ oggetto 
diretto del pronome, come nella lingua, usa nell’ interiezione quella del 
soggetto : tu, ió (te, me). 





98 


quanto ecc..., si usa dire alla maniera francese : ce de .. . (que 
de...); p. es. : Quanta bela ròbes intorno a mi! oppure : Ce de bela 
ròbes intorno a mi! (francese: — Que de jolies choses autour 
de- moi!). 


Altri esempi : 

Ce de late che r’ a st’ armental 

Ce de vóe eh’ es a pondù ra vo¬ 
stra pìtes! 

Ce de aga che vien fora da sto 
buse! 

Ce de polenta che ón magna a 
disnà! 

Ce de disgràzies che aé abù da 
un an in ca! 

Ce de pize che 1’ é inze sta scora! 

Ce de biéi fiore che r’ a chera fe- 
mena inz’el sò orto! 

Altri esempi d’interiezioni : 

Vardà ben, veh, de no ve fermà 
inze calche ostaria! — Poh ! 
non avede fastide! 

Uh, ce ’na fuga! son ca che tre¬ 
mo duto quanto! 

Ih! fc’ induraste a féi duto sto 
ladro? No vai ra pena, parehè 
a ra fin te viénes paga d'ingra¬ 
titudine. ■ — Ce cóntelo ! Se 
dute pensóse cosci no vegnaràe 
mai fato nuia. 

— Elo de mèo tò fioì? 

— Ancuói el sta abastanza ben. 

— Bòna, bòna ! ei tanto a caro. 
Salùdemelo, Doman, s’ éi tem¬ 
po, ziréi a 1’ ciatà. Sanin 
dapòl J ) 

— Sànin! 


Quanto latte ha questa vacca! 

Quante uova han deposto le vo¬ 
stre galline! 

Quanta acqua esce da questo 
buco! 

Quanta polenta abbiamo mangia¬ 
to a pranzo! 

Quante disgrazie avete avuto da 
un anno! 

Quanti fanciulli ci sono in questa 
scuola! 

Quanti bei fiori ha quella donna 
nel suo orto! 


Guardate bene , ve', di non fer¬ 
marvi in qualche osteria! — 
Poh , non abbiate fastidio. 

Uh, che spavento! son qui che 
trema tutto! 

Ih! ti prendi la briga di far tutto 
questo lavoro 1 ? Non vai la pena, 
percht) alla fine vieni pagato 
d’ingratitudine. — Che impor¬ 
ta! Se tutti pensassero così, non 
verrebbe mai fatto nulla. 

— Sta meglio tuo figlio? 

- Oggi sta abbastanza bene. 

— Bene, bene! sono tanto con¬ 
tento. Salutamelo. Domani, se 
ho tempo, andrò a trovarlo. Ti 
saluto! 

— A amo/ 


J ) Bollo e caratteristico il saluto ampezzano: Sanin dapò, che 
significa :. State sani, arrivederci. 



















— Ah, chesta po’ r’ é grosa! 

— No ra credéo? Ma, purtropo 
r’ é vera! 

— Oh Dio! gnatiche no me 
n’ impago d’ èse sò fardel! 

— Seloudadió *) che ’l é ruà a 
ciasa senza ch'.i sée suzedù 
nuià de mali 

— Uh, ce pazienza che aé d’ aé 
ava a eiata fora dute ste esem- 
pie! 

— E vos i aéo liète dute fin ca? 

— Eh, sci, sci! e anche duta ra 
règoles e r’ oservaziós che aé 
betù zò. 

— Ci sa se ghin sarà de outre 
che se tolarà ra briga de fei 
outrotanto! 

— Eh! voréo che nosoutre ara- 
pezane no s’interesóne ’na fre’ 
de ra roba nostres? 

—. Ben, bén: vedarón! Sànin 
dapò! 


— Ah! questa poi è grossa! 

— Non la credete? Ma, purtrop¬ 
po è itero! 

— Oh, Dio! mi vergogno d' esse¬ 
re suo fratello! 

— Sia lode a Dio che è arrivalo 
a casa senza che gli sia succes¬ 
so nulla di male! 

— Uh, che pazienza dovete aver 
avuto a trovar tutti questi 
esempi! 

— E voi li avete letti tutti fin 
qui ? 

; — Eh, sì, sì! e anche tutte le re¬ 
gole e le osservazioni esposte. 

— Chi sa se ci sarà qualche al¬ 
tro che si prenderà la briga di 
fare altrettanto! 

— Eh! volete che noialtri ampez- 
zani non c' interessiamo un po' 
delle cose nostre? 

Bene, bene: vedremo! Addio. 


i) Oclesi spesso dalla bocca dell’ ampezzano quest’ interiezione : — 
Seloudadió! composta di quattro parole: Se’ (sée) lòude a Dió — Sia 
lode a Dio. — Nella parola composta: seloudadió, Dio viene pronunziato 
coll’ accento sull’ ó : tDió. 











. ( 11 ha mmt0 1(1 Valenza dì scorrere queste alcune pagine sì 
sara convinto, credo, che il dialetto ampeszano non si scosta gran 
che dalla lingua; se poi tanto lui come chi non lo conosce affatto 
ama occasione di sentirlo parlare, ne ritrarrà un' impressione buona 
sta per la chiarezza e la robustezza che si dà all' esposizione di 
qua .uriqne u e a, sta pei i suoni precisi delle vocali e per quelli assai 
cuTaUettslici di certe eò?iso 7 i(i?iti. 

E rimarchevole il fatto che la lingua italiana, in bocca del- 
ammezzano, acquista un accento dolce, siinpamjm 

Come saggio dì parlata ampezzana , oltre i numerosi esempi 
inseriti nella grammatica « e ra ciacolada de chel ampezan », voglio 
far seguire qui la traduzione di alcuni brani tolti dai « Promessi 
.posi», e la narrazione dì due brevi racconti tradizionali della valle 
d Ampezzo, tolti dalla guida del paese stampata nel 1904. 

Ci si persuaderà che la costruzione sintattica corrisponde esat- 
a quella della lingua e che , ad eccezione della ripetizione 
pronomi, della diversa posizione di qualche particella e di alcune 
fferenze morfologiche annotate qua e là nella per trattazione delle 

Wf* del dlscorso > vi « scorge spontaneità e scorrevolezza 
nello svolgimento del pensiero. 

, , Si conosce però subito, specialmente nelle desinenze plurali 
, "WÈM e nelle terminazioni dì certe voci dei verbi 

che il dialetto ammezzano in fondo è di carattere ladino, ma di gran 
■unga piu facile da capire in paragone ai dialetti di Uvinallongo, 

cela vai di Badìa, della vai di Fassa, della vai di Gardena e 
del Frinii. 

Il testo della lingua non sarebbe streuam.enle necessario, qui 
alla fine di questo lavoruccio, per capir bene lutto; cionondimeno , 
avendolo soli occhio, esso può giovare moltissimo a fare, con mag¬ 
gior prontezza, qualunque confronto grammaticale ed etimologico 




























101 


TRADUZIONE 

di alcuni brani dei ,, Promessi Sposi’' 

Capitolo i. 


Che chi dói descrite de sora i 
stagése là a spietà calchedun, 
]’èa ’na roba tropo evidente, ma 
chel che pi i a despìagiù a don 
Abondio l'é sta a dovè s’incór¬ 
re, par zerfe ate, che chel eh’ i 
spietàa ’l èa el. Parchè, al vede 
a vegnì, colóre i s' aéa var- 
dà ìnz’ el mus, alzando ra testa 
con un movimento che se vedéa 
che dute dói inz’ un colpo i avéa 
dito: ’l é el; chel^ che stagéa a 
eavalòto el s’ aéà'àlzà in pès, ti¬ 
rando ra sò giamba su ra stra¬ 
da; chel outro el s’aéa destacà 
dal muro e dute dói i zìa incon¬ 
tro a el. El, tegnèndose sempre 
el breviario davante davèrto, co¬ 
me s’el liesése, ’l alzàa i òce, par 
spià ra mòses de colóre; e, a véde 
eh’ i vegnì a propìo incontro a el, 
inz’ un colpo i é pasà pa ra testa 
mile pensiere. El s’ a domanda 
aiòlo in prèsela a el steso, se, 
tra i bràve e el, tóse càlche stra¬ 
da da zi fòra, a man dreta o a 
man zanca; e t é vegnù in mente 
aiòlo de no. El s’ a esaminà in 
prèscia, se ’l avése pecà contro 
calche potente, contro calche ven¬ 
dicativo; ma anche in sto riguar¬ 
do, el testimògno consolante, de 
ra coscienza el lo fegéa sta se- 
gùro: i brave però i zìa sempre 
pi pède e i lo vardàa fìs. El ’l a 


Che i due descritti di sopra 
stessero ivi ad aspettar qualche - 
duno, era cosa troppo evidente; 
ma quel che più dispiacque a 
don Abbondio fu il dover accor¬ 
gersi, per certi atti, che V aspet¬ 
talo era luì. Perche, al suo appa¬ 
rire, coloro s’ erari guardali in 
viso, alzando la testa con un mo¬ 
vimento dal quale si scorgeva che 
luti' e due a un tratto avevan 
detto : è luì; quello che stava ca¬ 
valcioni $' era alzato, tirando la 
sua gamba sulla strada; V altro 
s' era staccato dal muro; e tutt' e 
due gli s'avviavano incontro. 
Egli, tenendo sempre il brevia¬ 
rio aperto dinanzi, come se leg¬ 
gesse, spìngèa lo sguardo in su, 
per ispiar le mosse di coloro; e, 
vedendoseli venir proprio incon¬ 
tro, fu assalilo a un tratto da 
mille pensieri. Domandò subito 
in fretta a. se stesso, se, tra i bra¬ 
vi e lui, ci fosse qualche uscita 
di strada, a destra o a sinistra; 
e gli sovvenne subito di no. Fece 
un rapido esame, se avesse pec¬ 
cato contro qualche potente, con¬ 
tro qualche vendicativo; ma, an¬ 
che in quel turbamento, il testi¬ 
monio consolante della coscienza 
lo rassicurava alquanto; i bravi 
però s'avvicinavano , guardando¬ 
lo fìsso. Mise V indice e il medio 





belìi ’1 diédo indize e 1 mèdio 
de ra man zanca inz 1 el coléto, 
come par sei comoda; e, fin che 
i ziràa chi dèi diede intór el col, 
el voltàa intanto el trtus indrìo, 
el storzéa ra boria e "1 vardàa co 
ra coda de V ocio, fin agnó eh' el 
porìéa, se ruàse calchedùn; ma 
el non a vedo negun . 

... ; can 

Ip el s' a ciatà de fronte a chi 
dói galantòme, T 1 a pensà inze 
de el : són ea nos; e f l s’a fermà 
inz' un colpo. — Seiór curato, *1 
a dito un de chi doi e intanto el 
i a impianta i òce in fàza. 

— Ce comandào? — ’1 a re- 
spondù aiòlo don Abondio, al¬ 
zando i sèi dal libro, che ’1 i é 
restìi spalanca inze ra mas come 
sun un letorìn. 

— Vos avé intenzión, *1 a con¬ 
tinua chel outro, . 


della mano sinistra nel collare, 
come per raccomodarlo; e , gi¬ 
rando le due dita intorno al cal¬ 
lo ., volgeva pianto la faccia al- 
V indietro, torcendo msiame la 
bocca, e g nani andò con la coda 
deir occhio, fin dove poteva, se 
quale he damo arrivasse; ma non 

vide nessuno . 

. ; quando 

si trovò a fronte dei due galan¬ 
tuomini, disse mcnlfdtnente : ci 
siamo; e si fermò, su due piedi, 
— Signor curato , disse un dì 
que' due , pian tarlo gli gli occhi 
in faccia. 

— Cosa wmandaf — rispose 
subito don Abbondio } alzando ì 
suoi dal libro , che gli restò spa¬ 
lancato nelle mani come sur un 
leggìo. 

— Lei ha intenzione — prose¬ 
guì V altro , ...... 


Capitolo ni. 


. eh via! Ce vegnìo a 
me rompe ra testa co sta fando- 
niB'sì Fegé de sti discorse tra de 
vosòutre che no saé mesnrà ra 
paròìes; e no vegni a i fei con un 
galantón cbVel sa quanto eh' es 
vai. Zi là, zi là; no saé che! che 
digé: ió no m’impàzo con tosate; 
no voi senti descorse de sta sorte, 
descorse par aria. 

— Ve zùro. . . 

— Zi là, ve dtgo; ce voréo che 
fège eh i vostre duramente? 16 no 
entro : me lao ra mas. E el se 
res sfreàa, come se 1 res lavàse 
da sén. 


. eh vìa! Che mi venite a 
rompere il capo con queste fam 
donici Fate di questi discorsi tra 
voi altri , che non sapete misurar 
le parole; e non venite a farli eon 
un galantuomo che sa quanto 
valgono . Andate, andate; non sa¬ 
pete quel che vi dite; io non mi 
impiccio con ragazzi; non voglio 
sentir discorsi di questa sorte , di¬ 
scorsi in aria . 

— Le giuro. .. 

Andate, vi dico , che volete 
eh' io faccia de* vostri giurarnem 
liti lo non c entro ; me ne lavo le 
mani . — E se le andava strojne- 
dando, come se le lavasse da 
vero . 



























Capitolo xxxviii. 


Ah! ’l é morto cioncai el sin 
è propio zù! ’l a esclami don 
Abondio. — Vedéo, fidi, se ra 
Providenza ra ra ciàpa a. ra fin 
zerta ?ènte. Saéo che 1* é ’na 
gran roba! uri gran respiro par 
sto pór paés! chè ca no se podéa 
pi vìve-con chel là. 

H’ é stada un gran flagél sta 
peste; ma r’ è stada anche ’na 
seda; r’ a spazà via zèrte ti- 
pe, che, fidi midi, no sin libe¬ 
rata pi ;. 


— Ahi — el digéa dapò inze 
de el don Abondio, can che ’l é 
torna a ciasa: — se ra peste ra 
fegése sempre e par cìnto ra robes 
inze sta maniera ca, saràe pro¬ 
pio pecà a n’ di’ mal; quasi 
quasi ghin voràe èse una ogni 
generazioni e se podaràe sta 1 a 
paté de r’ aé; ma guarì, veh. 


.4/;/ è morto dunque! è pro¬ 
prio andato! — esclamò don Ab¬ 
bondio. Vedete , figliuoli, se la 
Provvidenza arriva alla fine certa 
gente. Sapete che 1' è una gran 
cosa! un gran respiro per questo 
povero paese! chè non ci si pote¬ 
va vivere con colui. E' stalo un 
gran flagello questa peste; ma è 
anche stata una scopa; ha spaz¬ 
zato via certi soggetti, che, fi¬ 
gliuoli miei , non ce ne liberava¬ 
mo più: . . 


— Ah! diceva poi tra sé don 
Abbondio, tornalo a casa: — se 
la peste facesse sempre e per 
tutto le cose in questa maniera, 
sarebbe proprio peccato il dirne 
male: quasi quasi ce ne vorrebbe 
una, ogni generazione; e si po¬ 
trebbe stare a patti d'averla; ma 
guarire, ve' — . 


. . . ; e Renzo ’l a vorù che 

i (i fioi) ’mparàse dute a liese e 
serie, digèndo che za che r’ èa 
sta birbonada, i aéa da profità 
anche lore. 

EÌ bel 1’ èa al sentì conta chel 
eh' i èa svzedv : e ’ì fenìa sempre 
col di’ la gran ròbes che ’l aéa 
imparà par se rège mèo dapo’. 

- Ei imparà — el digéa — a 
no me bète inz' i bordiéi : éi im¬ 
para a no predica inze pinza : 
éi impara a no alza masa el co- 
meddn : éi imparà a no tegnì el 
martel de ra portes inze man, 
can che là dintorno l’é de ra 
zènte co ra testa ciouda: éi im¬ 
parò a no me tacà ’na ciampa- 


. ; e Renzo volle che im¬ 
parassero tutti a leggere e scri¬ 
vere, dicendo che, giacché la 
c' era questa, birberia, dovevano 
almeno profittarne anche loro 
Il bello era a sentirlo raccon¬ 
tare le sue avventure : e finiva 
sempre col dire le gran cose che 
ci aveva imparate, per governar¬ 
si meglio in avvenire. — Ho im¬ 
parato — diceva — a non met¬ 
termi ne' tumulti : ho imparato 
a non predicar in piazza; ho im¬ 
porralo a non alzar troppo il go¬ 
mito : ho imparato a non tenere 
in mano il martello delle porte, 
quando c' è lì d'intorno gente 
che ha la lesta calda; ho impa- 









104 


nela inz’ el pè, ignante d’ aé pen¬ 
sa a chel che pó suzéde. E zento 
outra robes. 


. ; e ió — ra i a dito un 
dì (Luzia) al sò moralista, ce 
voréo che èbe impara? Ió non son 
zùdà in zerca de ra disgrazies: 
es é vegnùdes éres a me ciatà me. 
Se però no vorasà di’ . . . che 

’l me sproposito sée sta chel de 
ve voré ben e de me promete a 
vos. 


rato a non attaccarmi un cam¬ 
panello al piede, prima d'aver 
pensato quel che ne possa nasce¬ 
re, — E cent, altre cose . 

. ; e io, disse un giorno 
al suo moralista, cosa volete che 
abbia imparato ? Io non sono an¬ 
data a cercare i guai: son loro 
che sono venuti a cercar me. 
Quando non voleste dire, . 
che il mio sproposito sia stato 
quello di volervi bene , e di pro¬ 
mettermi a voi . 


. , i é vegnùde a ra con- 
clusion che .... can eh’ es 
vién (ra disgrazies), o par colpa 
o senza colpa, ra fiduzia inz’ el 
Signor ra ’s fèsc pi ìesiéres e 
ra ’s rende pi utiles par una vita 
pi bona. 


. , conclusero . 

che quando vengono (i guai), o 
per colpa o senza colpa, la fidu¬ 
cia in Dio li raddolcisce, e li ren¬ 
de utili per una vita migliore. 


* 


E basta anche co ste brane, eh’ i saràe però un pi bel de l'ou- 
tro. Ci ch’i vó liése dute, eh’el se provede sto libro de oro del 
Manzoni, che ’l dovaràe èse inze ogni ciasa del nòsc caro paés, 
parcé eh’ el no m’insegna solamente a pensa ben e a parla e serie 
polito ra nostra bela lingua, ma anche a vive e a vive da galantome 
e da boi cristiane. 

E adès, se non aé perdù ra pazienza, ìiesón insieme ancora 
chera doa storièles eh’ éi dito e che ’s éi toléstes fora de chera guida 
d’Ampezo, eh' i a fato stampi alquante ampezane calche an ignante 
ra guera. 



— Ra vai de Fànes r’ é drio ra Tofanes, deventades tanto 
famóses inze sta ultima guera. A un zerto punto ra strada ra rùa 
pède un prezipizio fondo 80 metre, e chel ponte eh’ i a fato par pasà 
sora, i lo ciama el Ponte outo. El luó ’ì é proprio romantico e pito- 
resco, e sicome là r’ aga, zo par chi crèpe 5 ), ra fèsc ’na gran cascada, 
se pó di’ die ’l é un dei pi biéi dei din tome de Cortina. 


1) rocce- 



























105 


Ma al féi ancora pi interesante zoa ’) ra conoscenza de sto fato 
che par tradizion i conta inz’ el paés. 

— ’Na òta V èa donca un zóin 2 ) cavalier de Brack, propi età rio 
del castel de Asch inze ra vai de Badìa. 

Sto tós el i voréa bén a una fióla del castelan de Dote-stagno, 
e par zi a ra cista e a i féi ì’ amor, ’l aéa da traversa ra vai de Fànes, 
el Ponte outo e '1 Pian de Lóa 3 ). 

I Ampezane i non aéa negùna simpatia par sto zóin cavalier 
e i non èa gnente afato contente eh’el se fegése noìzo 4 ) de ra bela 
fiola del castelan de ra vai. Par chesto i tramàa de 1’ ciapà e i 
tendéa de spés, ma i non é stade mai bòi de 1’ brincà a ). 

A ra fin i a deziso de petà zo a ) el pónte e de 1’ spiéta là sul 
posto finché el vegnìse de ritorno, par se podé pó imposesà de ra 
so persona. 

Dito e fato. 

Can che die] cavalier '1 é ruà là e eh’ el s’ a incorto del burto 
tiro di’ i voréa féi, el i a dà alquanta speronàdes al so brào cavai, 
e co ra òga r ) eh’ el s’ aéa tolésc, '1 a tira 8 ), con coràgio, un gran 
sòuto fin da cher’outra parte, e in sta magnéra ’l a podù scampà 
da ra sgrinfes 9 ) d’i so persecutore. 

Gli iste i e restade là de stuco a vede tanto coragio e tanta 
braùra, e da 1’ odio eh’ i aéa de dignante 10 ) i é pasade inz’ un colpo 
a una gran stima e a un gran rispetto par el, che da chel dì ’l a 
sempre podù zi par i fate suói senza òse pi desturbà da negùn. 

* * 

Da Cortina se pó ruà 11 ) al Ponte outo par el Pian de Loa s ma 
anche par inv outra strada. Ignante 12 ) de èse inze a Fiames, se 
volta a man zanca, se pasa el ponte sul Roite pèdè IZ ) ra sìa 14 ) e pò, 
su par una bela boscàia, se se porta in vai de Fiorenza 15 ), se camina 
su par un trói 1C ) erto fin a ra forzèla fra el Col Rosa e ra Tofanes; 
e da ca inz’ un* ora pòco manco se rùa zò in vai de Pospórcora 
propio al Ponte outo. 


1) giova, — 1 2) giovine. — 3) Piano della Lupa. - — 4) fidanzato. — 5) acciuffare, 
— (1) abbattere, — 7) rincorsa; ogò liosa = guidare una slitta, — 8) spiccò. — 

9) grinfie. — 10) dapprima, — 11) arrivare. — 12 prima. — 13) vicino. — l i) séga. 

15) Che bel nomcl — 16) sentiero. 









Zon adès a visita col pensiero ra Gròtes de Volpèra* 1 . 

Sote Crèpa, (Belvedere) verso el pian de Grampo (villaggio), 
l’é un bel bosco, ma can che se va inze, se vede sasói che fèsc 
paura, toche de eroda 2 ) un sora l’outro.che i s’a destaci in tempe 
antichisime da ra montagnola de Crèpa; e i disc eh' i òhe sopori 
un vilagio. Soie chera rovina de crèpe se vede de ra gran cavernes 
e de ra conca magni fiches cuertes de erba. Inze mèzo a che! càos 
de sasc*); de buge e de cavernes, eh' i ciama ra Gròtes de Volpèra, 
se ciàta un bel sito che vien nomina: — ra Gégia '} de Maria 
de Zanìn. 

Riguardo a r’ origine de sto gnòn, eco ra storiela che se 
sente conti. 

— I Romane par zi a ra piaza fortificada de Auguntun * 5 ) i 
vegnìa pa ra strada nominada Via Claudia che ra pasia par Am- 
pezo, e anzi ca i aéa betù ’na compagnia de melitare. Un coman¬ 
dante de sti soldade romane el s’avéa inamorà d’una bela tosa, 
! na zerta Maria de Giovanino. Èra però ra no voréa insavé fl ) e ra 
no i dagéa bada; ma el ’l i zìa sempre daòs 7 ) e ’l no ra lasciava 
mai in pasc. 

Par scampi da chel insolente chera por tosa ra se ritiriàa a 
prei 8 ) inze pa ra Gròtes de Volpèra ch'es non èa tanto in da 
lónze 8 ) da ra so ciasa; e ancora al dì d’ancói un de chi luóghe, 
d’ un aspeto imponente e romantico, i lo ciama col gnòn de chera 
por perseguitada: — ra Gégia de Maria de Zanìn. 


1} Grotte delle Volpi, — 2) ròccia, montagna. — 3 ) sassi. — 4) chiesa, — 

5) S. Candido. — fi) non voleva saperne, — 7} dietro. — 8) pregare. — 9) lontana. 































INDICE 




Prefazione . 

FONOLOGIA E ORTOGRAFIA 

Vocali. 

Consonanti : 

a) Osservazioni generali 
!;) Osservazioni particolari 
L Suono gutt. e pai. del c e 

del g . 

% Suono aspro e dolce dell 1 5 
e della z , 

Il nesso se . 

Riepilogo dei suoni dì alcu¬ 
ne consonanti . 

MORFOLOGIA .... 

A. - Articoli . 

Appli caz. degli art. deterni 

» » » indet. 

B. - Preposizioni articolate 

C. - Nomi . . 

Cambiamento di numero nel 

genere maschile 
Cambiamento di numero nel 
genere femminile . 

D. - Alterazione dei nomi . 
Alterazione dei nomi propri 

E. - Aggettivi ; 

a) qualificativi . 
h) comparazione degli ag¬ 
gettivi .... 
e) aggettivi indicativi . 

* Pronomi: 

personali .... 
pronomi nelle frasi imper¬ 
sonali . 

pronom. cong. me . 
pronome di III pers. ì . 


pal¬ 

ili 

1 

3 


? 

8 

10 

11 

13 

13 

14 

15 
18 


specchietto dei pronomi d 
forma congiuntiva . 
forme pleonast. gin, ì , 
pronomi possessivi 
» dimostrativi „ 

>1 relativi . 

» interrogativi. 

» indefiniti 

G. - Verbi. 

Osservai generali sui verbi 
Flessione dei verbi . 
Coniugazione dei verbi au 
sili a ri essere e avere e dei 
verbi regolari di L II e III 
coniugazione . 

Modo indicativo . 

» congiuntivo 
» condizionale . 
Dipendenza dei tempi . 
Modo imperativo 
» indefinito 
Coniugazione dei verbi irre 
gol ari di I coniugazione 
Coniugazione dei verbi irre 
golari di II e III coniu 

gazione. 

Verbi riflessivi 
Verbi nelle proposizioni in¬ 
terrogative .... 
Verbi impersonali 
Esempio di parlata ampez 
zana. 


paff. 

46 

47 

48 

49 

51 

52 

53 

54 
54 
56 



















































































[_ft ob. 9 


BRUNO APOLLONIO 

maestro 


GRAMMATICA 

DEL 

DIALETTO AMPEZZANO 


ERV AZIONI SULLA PARLATA AMPEZZANA 



TRENTO 

ARTI GRAKICHIÌ TR1DENTUM 

1930 


QpCARD 101 i 
































C*QMs0 , 


2 / 6-4 


lR ofc» 9 


BRUNO APOLLONIO 

maestro 


GRAMMATICA 

DEL 

DIALETTO AMPEZZANO 


OSSERVAZIONI SULLA PARLATA AMPEZZANA 



TRENTO 


80 90 100 110 130 

jJ.LU limi 1 1 m 1 1111 1 1 n limi 1 1111 1 1111 li 11 ili ij iJ i i m I